CRONACA: Ecuador: una alfiere latinoamericano, nella scacchiera di Stati Uniti e Cina

Questo è un articolo di Geopolitica, da me prodotto, all'interno del Master 2014 - 2015 della SIOI, intitolato Caos e Poteri: le equazione del Mutamento
Ecuador: una alfiere latinoamericano, nella scacchiera di Stati Uniti e Cina


Il “rubinetto aperto” che ha fatto confluire nelle tasche del governo di Rafael Correa negli otto anni della sua presidenza, diversi milioni di dollari, si è bruscamente chiuso. Questo forte arresto degli ingressi provenienti della vendita del crudo ha velocemente avuto un effetto devastante sull'economia del piccolo Paese latinoamericano ed ha inaugurato un periodo di austerity per la popolazione ecuadoriana. La “Revoluciòn Ciudadana”, che basava il suo impulso trasformatore in politiche d’investimento in grandi opere pubbliche, aumento del consumo interno e democratizzazione dell’economia, si è vista mancare la “terra sotto i piedi”.


L’attuale scenario Mondiale che ha provocato la caduta libera del prezzo del barile di petrolio nel primo trimestre del 2015 (sceso sotto i 50$ dollari al barile) ha avuto ripercussioni dirette sull'economia dell’Ecuador. Questa economia è, infatti, altamente dipendente dal petrolio che rappresenta tra il 53% e il 57 % delle sue esportazioni generando un ingresso che equivale al11,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Inoltre, le proiezioni delle entrate derivanti dal petrolio, con il barile stimato a $ 79,7, avrebbero dovuto rappresentare per il bilancio statale del 2015 ben il 15% delle finanze totali.
Le proiezioni si sono rivelate completamente sbagliate e ora il Governo di Rafael Correa si trova a dover far fronte a ingenti tagli nella spesa pubblica e a revisioni di investimenti già in corso o previsti per il prossimo futuro.
Il problema però non si registra solo in Ecuador ma coinvolge tutta la Regione latinoamericana ed è aggravato dalla caduta del prezzo delle materie prime in generale. La Cina durante il 2014 ha rallentato la richiesta di queste ultime, delle quali i paesi latinoamericani sono storici esportatori, influendo negativamente sulla crescita della regione che nel 2014, nonostante le rosee previsioni della Banca Mondiale, ha fatto registrare solo un aumento de 1,1%.
Sull'altra sponda americana, quella Nord, si registra un cambiamento di tendenza, dal punto di vista energetico, segnato dall'aumento della produzione interna di petrolio, soprattutto per effetto della produzione non convenzionale. Per quanto riguarda il petrolio, in un decennio, gli Stati Uniti sono passati dal dipendere per oltre il 63% dall'import ad una odierna “dipendenza” al di sotto del 40%. Questo ovviamente ha influito negativamente sulle esportazioni dei paesi che storicamente fornivano barili di crudo agli Stati Uniti e tra questi ancora una volta troviamo l’Ecuador e i paesi latinoamericani più in generale.
In una situazione mondiale tutt'altro che delineata  e con il prezzo del petrolio ancora intorno a 50$ al barile (44$ quello venduto dall'Ecuador) si sta per chiudere il primo semestre 2015. Le previsioni dicono che il prezzo del barile di crudo sia destinato a crescere per la fine dell’anno e gli speculatori stanno già facendo il loro gioco. In Ecuador però la situazione è diventata insostenibile e Correa, a un anno dalla fine del suo ultimo mandato, si trova ad affrontare forse l’unica vera crisi dal giorno della sua prima elezione.

Attori regionali dal punto di vista energetico e commerciale

Nel 2014 si prevedeva che l’America Latina sarebbe rimasta il secondo motore dell’economia mondiale, preceduta solamente dall'Asia, ma come riportato dalla Commissione economica per l’America Latina (Cepal), la crescita della regione è stata molto più bassa delle attese, attestandosi solo a un 1,1%. Una delle principali ragioni è stata la caduta dei prezzi delle materie prime, collegata al rallentamento della Cina, ma non in secondo piano si trova la caduta del prezzo del petrolio, il cui costo al barile, nel corso 2014, è calato del 46%.
I paesi più colpiti da questa caduta dei prezzi del petrolio sono sicuramente Venezuela e Messico, che rispettivamente dipendono per il 96% e per il 33% del loro PIL dall'esportazione di greggio, ma il problema non è di poco conto neanche per Ecuador, Colombia e Brasile (rispettivamente 15%, 9% e 13% de PIL). Diversa è la situazione dell’Argentina che come paese importatore trae beneficio dal calo del prezzo del barile ma allo stesso tempo non può mettere in atto le politiche di estrazione sul proprio territorio (vedi mappa pag. 7, zona di estrazione di Vaca Muerta). Due paesi che invece, grazie alla loro condizione d’importatori, hanno notevolmente tratto vantaggio economico dall'attuale prezzo del barile di petrolio sono Cile e Perù.
Nel 2014 l’unico paese latinoamericano che ha mantenuto livelli di crescita simili a quelli dei paesi asiatici è stato Panama. Positivi anche i tassi di Bolivia, Colombia, Ecuador, Messico e CileStatica la situazione del Brasile e in recessione Argentina e Venezuela. Sono tuttavia buone le previsioni di crescita della regione per il 2015 secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, ma bisognerà verificare se prevarrà l’effetto di miglioramento della domanda mondiale indotto dal calo dei prezzi del petrolio o quello di minori entrate da esso provocato. Di seguito, nella Tabella 1, sono visibili i tassi di crescita dei principali stati della regione latinoamericana e le proiezioni per gli stessi nel 2015.

PAESE
Crescita 2014
Previsione 2015
Panama
6%
7%
Bolivia
5,2%
5,5%
Colombia
4,8%
4,3%
Ecuador
3,8%
3,5%
Perù
2,9%
4,7%
Messico
2,1%
3,5%
Cile
1,9%
3%
Brasile
0,2%
1,3%
Argentina
- 0.2%
1%
Venezuela
- 3%
- 1%
Fonte dati: Sito Web della Banca Mondiale e

Altro elemento di rilievo è l’aumento del valore del dollaro che esercita una pressione inflazionistica su tutti i paesi della regione latinoamericana. Il miglioramento dell’economia statunitense potrebbe però favorire i paesi che hanno mantenuto forti legami commerciali con gli Usa, come il Messico, la Colombia e l’America Centrale in genere. Più problematica la situazione degli Stati che hanno orientato il loro export verso la Cina, come Brasile, Argentina, Venezuela, Perù, Cile ed Ecuador. 

Paradossalmente, la prima grande risposta alla crisi provocata dal calo della domanda cinese è stata proprio quella di chiedere l’aiuto finanziario di Pechino. Il 9 e 10 gennaio 2015, nella capitale cinese, si è celebrato un importante vertice tra la Repubblica Popolare e i paesi membri della Celac; Xi Jinping ha promesso di investire nella regione 250 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni e di arrivare a 500 miliardi di interscambio commerciale annuale.
In teoria, dunque, la Cina rappresenta quel partner alternativo agli Usa che il nazionalismo latinoamericano ha sempre sognato, ma c’è chi, proprio in questi paesi, parla già di troppa ingerenza da parte della Repubblica Popolare Cinese e consiglia di non chiudere definitivamente la porta agli Stati Uniti d’America.

La bilancia petrolifera dell’America Latina nella morsa di USA e Cina.


Attori internazionali: Usa e Cina

La situazione economica della regione Latinoamericana è fortemente influenzata dalle politiche energetiche e commerciali di due attori di rilievo mondiale quali Usa e Cina.

Cenni sulla politica energetica degli USA
Gli Stati Uniti d’America hanno fatto registrare un forte cambiamento di tendenza nella politica energetica del paese, favorendo la produzione non convenzionale di greggio, rafforzando i legami economico/commerciali con il Canada e passando in un decennio dal dipendere per oltre il 60% dall'import di petrolio ad una odierna dipendenza al di sotto del 40% del loro consumo annuale.
A oggi, infatti, secondo l’Energy information administrationla produzione di greggio negli Stati Uniti sembrerebbe essersi stabilizzata attorno al record di 9,47 milioni di barili.
Questa nuova strategia energetica, unita all'apprezzamento del dollaro ha contribuito al calo del costo del barile del greggio e questo, come abbiamo già analizzato in precedenza, ha influito negativamente sulla bilancia commerciale della regione latinoamericana.
Altri fattori importanti però rendono ancora più complicata la lettura del quadro energetico degli USA.  
In primis troviamo le difficoltà finanziarie di alcune compagnie petrolifere nazionali dovute all'attuale prezzo del barile di petrolio. La texana Dune Energy ha dichiarato fallimento mentre la Whiting House versa in condizioni finanziarie che non lasciano molte speranze sul suo futuro.
In secondo luogo, come sostenuto dall'analista Maurizio Mazziero:
«I livelli delle scorte negli Stati Uniti sono molto elevati ed è una situazione molto simile a quello che è successo nel 1990 all'epoca della prima guerra del Golfo… Se si va a vedere quella che è la differenza tra l’aumento di produzione e l’aumento di scorte si vede che le scorte stanno crescendo in modo circa cinquanta volte superiore rispetto all'aumento della produzione…».
Attualmente, nella regione latinoamericana, i paesi che hanno mantenuto forti legami commerciali ed energetici con l’amministrazione Obama sono rimasti “pochi”. Il Messico, i paesi dell’America centrale e la Colombia sembrano essere rimasti gli unici alleati degli USA che stanno subendo, proprio nel “giardino di casa” la politica energetica espansionistica della Cina.

Cenni sulla politica energetica della Cina
La Cina è il più grande consumatore di energia al mondo. Ne consuma più di quanta ne produca e il suo fabbisogno è destinato ad aumentare. Dal 2002 al 2011 i consumi energetici sono cresciuti del 132% a fronte di una crescita della ricchezza nazionale del 404%. (estratto da Limes 07/01/2014)
Con questa premessa è facile comprendere come la regione latinoamericana abbia suscitato negli ultimi anni grandi interessi commerciali per la Repubblica Popolare Cinese.
Come riportato nella mappa a pag. 7, sempre di più sono i paesi che hanno stabilito forti legami commerciali con la Cina e che sopratutto, ricevono crediti e finanziamenti per le proprie politiche di sviluppo energetico a cambio di opzioni decennali sullo sfruttamento delle stesse.
É notizia di pochi giorni che per la prima volta nella storia la Cina abbia strappato agli Stati Uniti d’America il primato di maggiore importatore di petrolio al mondo. In aprile Pechino ha importato 7,4 milioni di barili al giorno, superando i 7,2 milioni di barili degli Usa. Questo dato racconta il manifestarsi di un cambiamento radicale nelle politiche energetiche mondiali. Gli USA forti della rivoluzione del petrolio non convenzionale hanno ridotto la loro dipendenza dal greggio d’oltreoceano mentre la domanda cinese continua a crescere nonostante il rallentamento dell’economia nazionale.
A gennaio 2015 il durante il vertice tra la Repubblica Popolare e i paesi membri della Celac, Xi Jinping ha promesso di investire nella regione latinoamericana 250 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni e di arrivare a 500 miliardi di interscambio commerciale annuale.
Le imprese cinesi dunque, stanno investendo nei paesi latinoamericani, come l’Ecuador, attraverso l’impiego di tecnologia, manodopera e capitali al fine di garantirsi degli alleati commerciali tenuti sotto scacco dall'indebitamento prodotto dalle linee creditizie erogate da Xi Jinping alla regione.

La situazione politico/petrolifera dell’Ecuador
“Il Governo nazionale confida di poter superare la congiuntura difficile che affronta l’economia del Paese nel 2015, dovuta alla drastica caduta de prezzo del petrolio nei mercati internazionali e al rafforzamento del dollaro, moneta nazionale dell’Ecuador dal 2000”.
Queste sono le parole pronunciate a marzo del corrente anno da Diego Martinez, delegato della Presidenza per la regolazione Monetaria e Finanziaria.


L’ottimismo si deve al buon risultato raggiunto dall'Ecuador nel 2014. L’economia del piccolo paese latinoamericano ha fatto registrare infatti una crescita del 3,8% contro quella del 1,1% a livello regionale. Alle porte della chiusura del primo semestre 2015, quelle di  Diego Martinez però rischiano di essere solo parole. La “Revoluciòn Ciudadana” e il suo leader, Rafael Correa, devono adesso fare i conti  con problemi di  bilancio di tutt'altro che facile soluzione e l’indebitamento esterno, soprattutto nei confronti della Cina, ha toccato numeri allarmanti.

Fallito il “Yasuni Itt” iniziato nel 2007  e che prevedeva un versamento di $350 milioni annuali da parte della comunità internazionale all’Ecuador per evitare la trivellazione dell’ultimo “polmone verde” del pianeta, Correa si è trovato costretto a cercare nuove strade per far quadrare i bilanci del Paese.
I piani di sviluppo portati avanti dal presidente negli ultimi anni si pongono però in netta contrapposizione con i “rivoluzionari” dettami della costituzione di Montecristi del 2008.
Due sono i nodi che danno vita ai maggiori conflitti sociali: da una parte i mega-progetti infrastrutturali (si pensi al corridoio multimodale di Manta – Manaus), dall'altra l’incremento degli investimenti diretti esteri.
Nel 2013 il governo ecuadoriano ha ricevuto investimenti per circa $703 milioni (un incremento del 20% rispetto al 2012), un terzo dei quali è stato dedicato a programmi estrattivi: esempio di tale politica è il progetto “Raffineria del Pacifico”[iv], che prevede la costruzione di una raffineria di petrolio e delle relative opere complementari nella provincia di Manabi, a opera di PetroEcuador, con il supporto finanziario della Banca industriale e commerciale cinese.
Inoltre, a dispetto della storica vittoria ottenuta ai danni della compagnia petrolifera Chevron-Texaco –colpevole degli enormi danni ambientali che hanno irreversibilmente contaminatoil territorio amazzonico – l’Ecuador ha messo all'asta circa 3 milioni di ettari di foresta. Tale decisione, formalizzata nel corso dell’XI Ronda Petrolera, risponde alla necessità di modificare la politica economica: a detta di Correa, lo Stato rischia di collassare entro il 2020 in assenza di nuove scoperte di petrolio e di un loro sfruttamento più efficace. Ed è proprio qui che entra in gioco la Cina.

A $7.526 milioni arriva la linea di credito offerta a Gennaio 2015 dalla Cina all’Ecuador.
Di questo enorme credito suddiviso in 5 linee strategiche d’ azione, circa $ 4000 milioni saranno a disposizione di Correa già in questo 2015.
Il credito, secondo quanto emerso, dovrebbe essere saldato da parte dell’Ecuador in 30 anni a un tasso del 2%, condizioni favorevoli certo ma che devono tener conto anche dei precedenti debiti accumulati nei confronti del gigante asiatico.
Secondo le ultime cifre del Ministero delle Finanze ecuadoriano il debito nei confronti della Cina ammonta a $ 4.748 milioni, circa il 28% del totale del debito esterno del Paese. Bisogna considerare però anche  il denaro anticipato dalla Cina per le “Opzioni petrolifere” sul territorio ecuadoriano, cifra che ammonta a $1.841 milioni e che porta il  totale del  debito Ecuador  - Cina a $6.588,7 milioni.
Partendo da questi dati non è difficile immaginare che l’opposizione del Governo di Correa cominci a paventare lo spettro dell’ingerenza economica e politica cinese in territorio ecuadoriano e un pericoloso allontanamento, politico ed economico, dall’altra potenza mondiale, gli USA.
L’Ecuador però sta cercando di percorrere una terza via, che non include ne Cina ne USA. Il governo Correa ha infatti appoggiato e fiancheggiato tutti i processi di coesione regionale (ALBAMERCOSURUNASURCOMUNIDAD ANDINACELAC)  che mirano a rafforzare il ruolo del Latinoamerica e sopratutto dell’America del Sud nella scacchiera mondiale a livello commerciale e politico. Queste convenzioni, nuovi organismi e trattati commerciali potrebbero essere la carta vincente nella bilancia commerciale futura dell’Ecuador.

Conclusioni: prospettive del dopo Correa
Il 2015 si annuncia come l’anno più difficile della presidenza di Rafael Correa. L’Ecuador sta affrontando una crisi economica impensabile durante i precedenti sette anni della “Revoluciòn Ciudadana”, il progetto politico e sociale che ha cambiato il volto di un paese diventato famoso in passato per la sua ingovernabilità. Nel 2017 ci saranno le elezioni presidenziali in Ecuador e non è un mistero, l’intenzione di Correa di cambiare la costituzione, con un colpo di mano, per potersi ricandidare. Se Correa però non dovesse riuscire nel suo intento o non dovesse essere rieletto, quale sarà l’eredità che la “Revoluciòn Ciudadana” lascerà al Paese? 
Lo slogan di questa rivoluzione, leggibile sulle autostrade dalla Costa del Pacifico fino all’Amazzonia, passando per le Ande recita “La rivoluzione si costruisce con le opere”. Non è questionabile il gran lavoro svolto durante questi anni per migliorare la viabilità all'interno del Paese, costruire scuole e migliorare il welfare state ma quello che è venuto meno sono proprio le opere che avrebbero garantito al Paese l'autosufficienza energetica e una maggiore forza contrattuale nei mercati internazionali.
La Raffineria del Pacifico, mastodontico progetto pensato e realizzato con i fondi cinesi e con l’appoggio venezuelano, che sarebbe dovuto entrare inizialmente in funzione alla fine del 2016 si trova in grande ritardo di realizzazione e a oggi, secondo fonti interne è stato realizzato solo l’11% del progetto totale. 

Altro grande fallimento è quello del progetto relativo alla Riserva Ecologica del Parco Yasuni.
Il progetto “Yasuni ITT” era stato creato nel 2007 ed è rimasto operativo fino al 2013. Lo scopo era quello di mantenere intatta un’ampia fetta della foresta amazzonica ecuadoriana al fine di non interferire con la vita dei gruppi indigeni che ancora abitavano tale territorio e di salvaguardare una complessa rete di ecosistemi, unica al Mondo.  Secondo l’iniziativa Yasuni ITT, l'Ecuador si impegnava a non estrarre, a tempo indeterminato, circa 856 milioni di barili di petrolio che si trovano sotto la riserva ecologica Yasuni, per evitare l'emissione in atmosfera di 407 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Tutto questo in cambio di una compensazione finanziaria da parte della comunità internazionale  pari al 50% dei profitti che l’Ecuador avrebbe ricevuto sfruttando questo risorsa (circa 350 milioni di dollari all'anno). I fondi raccolti da questa operazione sarebbero stati reinvestiti in Ecuador in tre linee d’azione: la gestione di 19 aree protette, finanziando il programma nazionale di riforestazione e modificando la matrice energetica del Paese. Anche la comunità internazionale  però ha posto una condizione: creare una commissione super partes che potesse monitorare la spesa di tali fondi. Proprio su questo punto si è arenata la trattativa. Una delle lotte politiche di Correa è infatti incentrata nel rigetto di qualsiasi ingerenza nelle decisioni nazionali e la sua ostinazione su questo punto ha fatto naufragare il progetto. Correa dunque è dovuto ritornare sui suoi passi e mettere all'asta i blocchi di estrazione che si trovano proprio sotto la Riserva Naturale più grande del Pianeta.  Questo ovviamente ha generato una protesta generalizzata dei diversi movimenti della società civile all'interno del Paese ed ha contribuito a minare la credibilità interna ed esterna dell’attuale Governo. Petizioni della società civile nazionale e internazionale, nascita di fronti di difesa del Yasuni e mancanza di interesse nell'investire in una zona cosi “socialmente sensibile” da parte delle grandi compagnie petrolifere, sono solo alcuni dei problemi che il Governo di Correa sta attualmente affrontando in relazione alla fine del Yasuni ITT.
Stessa storia per quanto riguarda l’energia idroelettrica. Questa fonte rinnovabile di energia, cavallo di battaglia della politica di Rafael Correa, doveva garantire una maggior autosufficienza al paese e diminuire i costi  d’importazione delle risorse energetiche. Purtroppo anche in questo caso si è assistito a ritardi nelle opere, ritardi riconducibili ad errori nei piani di fattibilità dei progetti, mancanza di  fondi e negligenza da parte delle aziende contrattate per lo svolgimento dei lavori. Tra i vari progetti in campo idroelettrico che a oggi stanno soffrendo pesanti ritardi, ne spiccano 5: Coca-Codo Sinclair, Mazar-Dudas, Toachi Pilatón, Sopladora, Delsitanisagua.
La situazione generale non sembra quindi promettere niente di buono per il  futuro dell’Ecuador e l’unica costante sembra rappresentata proprio dalla Cina che con i suoi finanziamenti pubblici e privati ha inaugurato una nuova era di colonizzazione economica per l’Ecuador.
Il futuro di Quito e Pechino sembra dunque destinato a intrecciarsi ancora per molto tempo anche se lo spettro delle elezioni presidenziali del 2017 e la possibile vittoria della destra fanno rimanere gli USA “affacciati alla finestra” del cortile ecuadoriano.

Bibliografia

Sito Web – Petrobas.com
Sito Web – Banca Mondiale
Articolo – Rivoluzione petrolio: la Cina supera gli Usa ed è primo importatore


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