SULLA MIA PELLE: Il "segreto" dei Poliglotti

Poliglotta è una parola sempre più inflazionata in un mondo che fa della globalizzazione il suo collante. Ma cosa significa questa parola?

Di seguito un lavoro di ricerca che svolsi ai tempi dell'università in quel di Pisa.


 La torre di babele, Pieter Bruegel il vecchio


Letteralmente indica la capacità di una persona di comprendere e parlare più lingue ma scientificamente questa capacità apre degli scenari ancora sotto studio da parte degli specialisti.


Un po' di Storia 

Fonti storiche ci portano nella Bologna  del 1774 dove nacque il più straordinario
Giuseppe Mezzofanti
poliglotta del quale si abbiano notizie certe. Si tratta del cardinale Giuseppe Mezzofanti, più noto all'estero che in Italia, scomparso a metà dell’Ottocento, che pare conoscesse 60 lingue. Questo fatto, all'apparenza sconcertante ci porta a porci un interrogativo. Quante lingue si può arrivare ad imparare? Ovvero, esiste un limite per il nostro cervello in questo campo? Su questo terreno si scontrano due scuole di pensiero: quella innatista, secondo la quale tutti noi veniamo al mondo con una grammatica universale primaria, di cui poi crescendo si cancellano molte caselle perché inutilizzate(possono però essere riattivate in qualsiasi momento), e quella emergentista, che ritiene il linguaggio il frutto dell’apprendimento, con inevitabili limiti. Quali però esattamente non si sa: si può arrivare ad imparare undici, forse venti lingue. 
Mezzofanti però sembra contraddire questa teoria del limite visto che in età giovanile imparò lo spagnolo, lo svedese, l’ebraico e il greco antico; poi a Roma dai missionari gesuiti le lingue sudamericane, quelle "orientali" e altre ancora come romeno, basco, ungherese e copto. Sta di fatto che Lord Byron, poeta e politico Inglese, contemporaneo di Mezzofanti, dopo averlo incontrato a Bologna, scrisse: 
< avrebbe dovuto esistere al tempo della torre di Babele perché sarebbe stato un interprete universale >

Quale poteva essere il suo segreto? Mezzofanti aveva un talento naturale o aveva trovato una tecnica di apprendimento particolare? Dagli archivi che si possono consultare a Bologna non emerge niente di significativo in merito. Purtroppo, l’altro poliglotta di cui si hanno notizie certe, lo svedese Erik Gunnemark, capace di tradurre in 40 lingue (anche se per venti aveva bisogno del vocabolario), autore di The art and science of learning languages, è scomparso nel 2007. Nel 2003 è mancata anche l’ungherese Katò Lomb, che lavorò tutta la vita come interprete e a ottant'anni imparò la sua diciassettesima lingua, l’ebraico. Traballante, invece, la competenza linguistica del filosofo Ziad Fazah, nato in Liberia, vissuto poi in Libano e a Rio de Janeiro: dopo essere stato inserito nel Guinness dei primati nel 1993 come uno dei maggiori poliglotti contemporanei, fece scena muta in un buon numero di lingue che affermava di conoscere bene alla trasmissione televisiva cilena Viva el lunes. L’unico multilingue “vero” vivente, è un personaggio singolare che della materia si occupa in modo ossessivo , Alexander Arguelles, un americano che attualmente vive in California, ma ha trascorso lunghi periodi in Germania, a Singapore, in Corea, in Libano, inseguendo un percorso didattico e universitario legato all'apprendimento degli idiomi. Con ottimi risultati: figlio a sua volta di un multilingue, ne conosce una cinquantina, trenta con una discreta padronanza. Ma vi si è dedicato in modo maniacale tanto da farne tutta la sua vita, con una tabella di studio che prevede un carico di lavoro di otto ore al giorno.

Un po' di Anatomia

Le aree del cervello che regolano il linguaggio sono chiamate area di Broca e area di Wernicke:

Immagine tratta da Wikipedia
L'area di Broca (pronuncia: brocà) è una parte dell'emisfero sinistro del cervello, localizzata nel piede della terza circonvoluzione frontale, la cui funzione è coinvolta nell'elaborazione del linguaggio. Tale area può anche essere descritta come l'unione dell'area di Brodmann 44 e della 45, ed è connessa all'area di Wernicke da un percorso neurale detto fascicolo arcuato. Prende il nome dal medico e anatomista Paul Pierre Broca, che fu il primo a descriverla nel 1861 dopo aver condotto un'autopsia di un paziente afasico.
L' area di Wernicke è una parte dell'lobo temporale del cervello le cui funzioni sono coinvolte nella comprensione del linguaggio. Fa parte della corteccia cerebrale, può anche essere descritta come la parte posteriore dell'Aree di Brodmann 22, ed è connessa all'area di Broca da un percorso neurale detto fascicolo arcuato.
Prende il nome da Carl Wernicke, che nel 1874 scoprì che un danno a quest'area causava un tipo particolare di afasia (afasia di Wernicke).


Cosa ci dicono gli scienziati 

I neuro linguisti, che ora dispongono di strumenti di indagine del cervello inimmaginabili vent'anni fa, come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) capace di evidenziare i neuroni coinvolti in un’attività cerebrale in un preciso momento grazie  a variazioni di colore che esprimono il consumo di ossigeno di questo cellule, parlano di un campo di ricerca interessante all'interno del quale è però necessario fare piazza pulita di un miraggio. Andrea Moro , professore di linguistica alla Scuola Superiore universitaria IUSS di Pavia e autore di - I confini di Babele (Longanesi) – in una intervista giornalistica rilasciata al settimanale Sette, dice:
 <nessuno , a tutt'oggi, sa come si passi dalle regole che ci fanno comporre una frase ai neuroni o alle aree corticali che sottendono a questo compito> 
Come dire, ipotizziamo associazioni, ma non possiamo affermare che certe cellule cerebrali, proprio quelle, sono elettivamente implicate nella memorizzazione delle lingue.
Nella testa dei poliglotti qualcosa succede comunque, visto che tutte le lingue attivano le stesse aree cerebrali e quando si “pensa” in una lingua, le altre vengono momentaneamente “scacciate” dal cervello. Non a caso nei bambini adottati prima dei cinque anni , in età adulta non c’è più traccia della lingua nativa perché quella del Paese di adozione l’ha cancellata, come ha scoperto Christoper Pallier, dell’unità di neuromimaging dell’Inserm di Parigi. Nel confermare gli studi di Pallier, Jubin Abutalebi, professore di neuropsicologia all'università Vita-Salute San Raffaele di Milano cita uno studio sui quadri-lingue effettuato da ricercatori del Brain Research Institute dell’università di Melbourne, guidati da Regula S.Briellmann e aggiunge, in una intervista apparsa sul settimanale Sette, che:
 < il multilinguismo è solo un’estensione del bilinguismo: le aree cerebrali interessate sono le stesse. E’, perciò, necessario un sistema di controllo in grado di inibire una lingua quando si usa l’altra. Sistema che è stato individuato nella corteccia cerebrale , per la precisione a livello del cingolo anteriore * (lobo frontale), e sembra tanto più efficiente quanto più precoce è lo studio delle lingue. Lo ha dimostrato la mia equipe in collaborazione con le università di Londra, Barcellona e Hong Kong studiando due gruppi di altoatesini, uno bilingue, l’altro no>


* La corteccia cingolata anteriore (ACC) è la parte della corteccia cerebrale situata nella regione superiore della superficie mediale dei lobi frontali, sopra il corpo calloso. L'ACC è la sede della corteccia cerebrale ove vengono elaborati, a livello inconscio, i pericoli ed i problemi cui un individuo è soggetto nel normale decorrere delle proprie esperienze. Può essere considerata come una sorta di sistema di allarme silenzioso: riconosce il conflitto in essere quando la risposta del soggetto è inadeguata rispetto alla situazione. Il dolore, il senso di inadeguatezza, o "quello strano non so che" che pervade la persona non è altro che un segnale che "c’è qualcosa che non va". La corteccia cerebrale produce questi segnali senza che l'individuo ne sia cosciente: si tratta di un meccanismo extra-razionale, quello che in termini comuni si dice "sesto senso".

Fonte Wikipedia



La ricerca citata dal Dott. Abulatebi, pubblicata sulla rivista cerebral cortex, ha dimostrato che i soggetti bilingui sono più veloci nel prendere decisioni in tempi brevi. Passare o meno mentre il semaforo sta cambiando dal verde all'arancione è una delle tante decisioni da prendere in tempi rapidissimi. La ricerca ha messo in evidenza che gli individui bilingui sono più veloci nel risolvere situazioni di questo tipo. Durante lo studio sono stati comparati campioni di individui bilingui e monolingui ed è stato dimostrato, per la prima volta, che i bilingui oltre ad essere più veloci, presentano un maggiore sviluppo di alcune aree critiche del cervello che sono alla base della nostra capacità di prendere correttamente decisioni in tempi stretti.  I ricercatori hanno studiato e confrontato un gruppo bilingue fin dall'infanzia (tedesco – italiano), originario dell'Alto Adige, ed un secondo monolingue della stessa età e con una preparazione educativa e socioeconomica confrontabile con il primo. I gruppi sono stati sottoposti a compiti cognitivi e i ricercatori hanno testato le loro attività cerebrali utilizzando avanzate tecniche di neuroimaging quali la voxel-based morphometry (per misurare la densità della materia grigia del cervello) e la risonanza magnetica funzionale (per misurare l'attività cerebrale).

Il Dott. Abutalebi, afferma: 
<Abbiamo dimostrato che i bilingue presentano un aumento di volume della corteccia del cingolo anteriore (struttura più importante nel monitorare le nostre azioni e decisioni). Abbiamo inoltre evidenziato che vi è una correlazione positiva tra la loro performance nel risolvere conflitti cognitivi e lo spessore della materia grigia del cingolo anteriore. Questo dato è significativo e in più dimostra che il bilinguismo ha degli effetti diretti sullo sviluppo del cervello. Il cervello dei bilingue si “ottimizzerebbe”durante la crescita per svolgere compiti cognitivi che richiedono rapide ed efficienti decisioni. Infatti i bilingui che abbiamo studiato hanno meno bisogno dei monolingui di impegnare la corteccia del cingolo anteriore (come misurato con la risonanza funzionale) per prendere decisioni.>

La conclusione dello studio evidenzia che i bilingui sono più efficienti e nonostante sono più veloci, utilizzano meno risorse del cervello.
L'ipotesi elaborata dagli studiosi mette in evidenza che i bilingui devono imparare fin dalla tenera età a tenere distinte i due idiomi per evitare di mescolarli. Nei bimbi piccoli la combinazione delle due lingue è una circostanza abbastanza comune poiché solo dall'età di circa 3 anni apprendono a tenerle separate . I bilingui userebbero le stesse strutture neutrali addette nel prendere decisioni in modo molto rapido e quindi, a differenza del monolingue, utilizzerebbe maggiormente queste aree sin dalla nascita, con due conseguenze: un maggiore sviluppo anatomico e, a parità di difficoltà della prova, una minore necessità di coinvolgerle rispetto al soggetto monolingue, anche per decisioni che non riguardano il linguaggio. Possiamo quindi concludere che, imparare più di una lingua, quando si è bambini, può portare benefici anche in termini di capacità.
Tra gli altri vantaggi c'è che chi parla fluentemente più di una lingua ha maggiori possibilità di proteggere il proprio cervello dal declino cognitivo legato all'età. A giungere a questa conclusione è stato uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Psychology and Aging.

Autori dello studio sono stati i ricercatori della York University di Toronto, in Canada, che hanno confrontato 154 persone adulte o anziane che parlavano 2 lingue o una sola lingua.Le persone prese in esame sono state sottoposte al Simon Task, un test che misura il tempo di reazione e le funzioni cognitive che risentono dell'età.
Tutte le persone bilingue prese in esame aveva parlato le due lingue ogni giorno e dall'età di 10 anni.

Lo studio ha mostrato che le persone che parlavano due lingue, sia quelle più anziane sia quelle più giovani, avevano riportato dei punteggi migliori delle prove eseguite, rispetto a coloro che parlavano appena una sola lingua.
Secondo gli autori dello studio, parlare più di una lingua quindi, potenzia le funzioni cognitive superiori.
Ma allora esiste un limite di età all'apprendimento delle lingue?

Sempre Moro risponde:
< In via teorica nell'infanzia tutto è possibile: si è visto che i bambini imparano tutte le lingue alle quali si trovano esposti, mentre in età adulta le cose si complicano e stiamo scoprendo che nel percorso di apprendimento si attivano aree cerebrali diverse da quelle che utilizza il bambino, anche se è molto importante la spinta emotiva perché facilita enormemente.> 

Di questo ne è convinto anche Salvatore Maiorana, docente di lingua inglese all'università di Firenze, che se ne è occupato in Neuroscienze e didattica delle lingue(edizioni Tracce). Che racconta, intervistato su un suo progetto 
< Un banco di prova di questa ipotesi, miglior apprendimento se c’è coinvolgimento emozionale, lo abbiamo avuto con il progetto Bond (da Edward Bond, drammaturgo inglese), realizzato per un biennio in 50 scuole superiori della Toscana, dove i ragazzi hanno imparato l’inglese, il francese e il tedesco lavorando su un testo teatrale in lingua originale, supportati da attori. I risultati? Straordinari, come si è visto nella rappresentazione finale al teatro Metastasio di Prato>
Il cervello umano sembrerebbe non porre limiti alle possibilità di apprendimento delle lingue anche se la stessa capacità si “deteriora” gradualmente con  l’aumentare dell’età, qui però viene in soccorso la spinta emozionale che  gioca un ruolo rilevante nell'apprendimento.
Sembra inoltre che diventare poliglotti almeno un po’ giovi in termini di protezione dal declino intellettuale al quale siamo tutti soggetti in vecchiaia. Lo suggeriscono i ricercatori della Tel Aviv University (Israele), secondo i quali doversi districare tra diversi idiomi protegge la mente dall'invecchiamento. Il team di Gitit Kavé, neuropsicologa dell'Herczeg Institute on Aging dell'ateneo israeliano, ha scoperto infatti che gli anziani che parlano più lingue ottengono i risultati migliori ai test sulla funzionalità cognitiva. <Non c'è un elisir miracoloso per tenere a bada gli acciacchi dell'età> Ammonisce la studiosa <ma usare una seconda o una terza lingua può aiutare a prolungare gli anni buoni> 
Quelli in cui la mente lavora con prontezza e acutezza. 
Infatti sembra proprio che un poliglotta, con il passare delle primavere, sia più lucido e pronto rispetto ai coetanei che conoscono una sola lingua. I diversi linguaggi possono creare nuovi legami cerebrali, contribuendo così alla salute della mente. La ricerca è basata sullo studio condotto dal 1989 su un gruppo di persone tra i 75 e i 95 anni.
I ricercatori hanno indagato sulla conoscenza e l'abitudine a parlare diverse lingue (da due a tre e oltre), sottoponendo poi gli anziani a una serie di test cognitivi. Ebbene, il risultato non lascia dubbi. Più lingue si conoscono e si parlano, migliore è lo stato di cognitivo di una persona. "A regalare una mente pronta e lucida in tarda età contribuisce anche il grado di istruzione di un individuo".Avvertono gli studiosi. Ma sembra che il numero di lingue parlate abbia un effetto benefico a sé. Insomma, avere un cervello giovane è una questione di parole, non solo di diploma o laurea. <Abbiamo scoperto che il fatto di sapersi esprimere in più lingue è correlato in modo più significativo allo stato cognitivo proprio negli anziani che non hanno studiato affatto> Precisa la Kavé. 
A questo punto, evidenzia la dottoressa, occorre interrogarsi sul legame tra le diverse lingue e la giovinezza prolungata della mente.
Interessante risulta anche l’analisi degli effetti delle lesioni cerebrali su persone bilingue o poliglotte, studi proposti in un libro dal titolo ‘ Identikit del cervello’ del prof. L. Mecacci, docente di Psicologia presso l’università di Firenze, prova a fare un po’ di luce anche in tal senso. Riporto dal libro:
..li effetti delle lesioni cerebrali su persone bilingui o poliglotte variano a seconda del singolo caso, della singola storia. Solo di recente è stato messo un po’ d’ordine nello studio del « cervello bilingue » (Albert e Obler) rivedendo sia tutta la casistica dell’afasia (disturbo del linguaggio) nei poliglotti sia gli esperimenti su soggetti normali. Un dato rilevante è che una lesione dell’emisfero destro produce disturbi del linguaggio solo nell’1-2% dei monolingui, ma ben nel 10% dei bilingui. L’emisfero destro risulta quindi importante, un ausilio fondamentale per l’acquisizione e l’espressione di una nuova lingua. Anzi sembra che esso possa essere dominante per una lingua, mentre il sinistro lo è per un’altra.
Esemplificativo il caso di un uomo d’affari tedesco che parlava, oltre alla lingua materna, il francese, l’inglese, lo spagnolo e il russo. A quarant’anni rimase ferito all’emisfero sinistro e manifestò disturbi nel linguaggio. Con sorpresa, però, la prima lingua che riacquistò fu l’inglese, una lingua che non parlava da vent'anni, e solo dopo ricominciò a usare lo spagnolo e il tedesco; a quel punto l’inglese divenne più povero della lingua materna. Altri individui invece recuperano prima la vecchia lingua materna, anche se da tempo non la usavano più. Nel cervello dei poliglotti l’intreccio dei circuiti è sicuramente molto complesso. Roman Jakobson, uno dei maggiori linguisti contemporanei, ha ricordato come dopo un incidente d’auto « senza alcuna necessità e in modo automatico » traducesse simultaneamente in quattro e cinque lingue tutto quello che pensava. I circuiti di quel cervello, profondo conoscitore di molte lingue, dovevano essere impazziti.


Come possiamo evincere dai diversi studi e dalle ricerche portate avanti in questo settore, siamo ancora molto lontani dall'afferrare quelli che sono i reali meccanismi che sottendono allo sviluppo e alla capacità di immagazzinare un certo numero di lingue piuttosto che nel non riuscire a farlo. Gli studi hanno portato alla luce una capacità innata del cervello di assimilare in giovane età diversi idiomi traendone un complessivo beneficio in termini assoluti di cognitività, allo stesso modo hanno però anche dimostrato come sia possibile anche in età avanzata assimilare nuovi linguaggi, stante però una grossa spinta emotiva nel farlo. Quello che sembra emergere  in maniera chiara  è che il lavoro al quale il nostro cervello è sottoposto nello sforzo di immagazzinare una nuova lingua lo porta ad essere più efficiente, brillante e pronto in termini di risposte agli stimoli esterni..
Ad oggi comunque la strada verso il multilinguismo individuale sembra ancora un miraggio visto che negli Stati Uniti solo il 20% della popolazione conosce un’altra lingua oltre l’inglese e nel mondo l’80% della popolazione parla 1,69 lingue, in sostanza una sola lingua, quella nativa secondo lo studio effettuato da Mikael Parkvall, linguista dell’università di Stoccolma.

E voi quante lingue conoscete/parlate/capite? 
Che metodo di studio utilizzate per imparare una nuova lingua?



------------------------------------------------------------------------

Non ti dimenticare di condividere l'articolo

e



Grazie!

La Fraternità non è un principio, è uno stile di vita!
A  presto, Diego

Nessun commento:

Posta un commento