SULLA MIA PELLE: Sulle prospettive lavorative dei laureati in scienze per la pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti

Questo articolo lo trovate pubblicato su ScienzaePace la Rivista del Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell'Università di Pisa, a questo indirizzo


Sulle prospettive lavorative dei laureati in scienze per la pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti


di Diego Battistessa


Perché studiare “scienze per la pace”? Qual è il valore aggiunto di un corso di laurea triennale che tratta, in forma interdisciplinare, tematiche legate al mondo della cooperazione internazionale? Quale può essere lo sbocco professionale di laureati che costruiscono nel loro percorso accademico un bagaglio culturale trasversale a diverse discipline e proprio di questa trasversalità ed eterogeneità vogliono fare il loro punto di forza?


In una forma o in un altra, queste domande più che lecite sono quelle che il sottoscritto si è sentito rivolgere ripetutamente durante il proprio percorso universitario, che si è concluso a settembre 2012 con il conseguimento del titolo accademico. Vorrei, qui di seguito, provare a dare una risposta a queste o simili domande, a partire dalla mia diretta e personale esperienza lavorativa, iniziata a novembre 2013 proprio nell'ambito della cooperazione internazionale.

La mia non vuole e non può essere una posizione generale, valida per tutte e tutti. È chiaro che numerosi elementi soggettivi e di casualità, legati ai differenti contesti in cui si è chiamati a vivere e ad operare rendono impossibile tracciare un percorso che sia uguale per tutti. Cercherò comunque di dare una qualche forma strutturata a quanto ho potuto riscontrare “sul campo”, quanto al valore e all'utilizzo pratico di quanto ho appreso durante il mio percorso di formazione universitaria in scienze per la pace.

Innanzitutto: come accedere al ‘circolo chiuso’ costituito dal mondo della cooperazione internazionale? Questa è stata la domanda che mi ha occupato per mesi, e che immagino preoccupi molti che, come i neo-laureati del corso di laurea in Scienze per la Pace, hanno investito tempo e risorse in un percorso di formazione indirizzato, in teoria, a lavorare proprio in quell'ambito. Apparentemente la risposta a questa domanda, sottoponendo ai motori di ricerca su internet le parole chiave del settore della cooperazione, sembra a portata di mano. Sono numerosi, infatti, i siti di organizzazioni non governative che propongono “contratti di volontariato” per missioni, più o meno lunghe, all'estero con mansioni relativamente generiche. Questi contratti, quasi sempre, non prevedono nessun tipo di rimborso, anche se in alcuni casi è possibile trovare organizzazioni che si fanno carico delle spese sostenute dai volontari per raggiungere le località indicate come sedi operative delle attività. Si può iniziare con un campo di lavoro estivo, uno scambio interculturale o uno stage che può variare di solito tra i 3 ed i 6 mesi. Questo ovviamente se si accetta in un primo momento di essere volontari, ossia non pagati; nel caso in cui invece si ricerchi un impiego retribuito, allora gli scenari cambiano.

I siti internet dove è possibile consultare le offerte di lavoro nel mondo della cooperazione internazionale sono pieni di richieste di profili specifici: ingegneri, medici, responsabili di comunicazione, economisti, contabili, analisti informatici e psicologi. Ogni organizzazione che si occupi di cooperazione internazionale all'estero ha però bisogno di altre due figure fondamentali: il capo progetto e il coordinatore dei progetti. Su queste due figure si concentra la mia attenzione e la mia breve riflessione.

La mia esperienza si è concentrata in un paese dell'America Latina, nell'ambito di una delle più grandi ONG mondiali che operano in cooperazione internazionale. Sono stato contrattato per uno stage della durata di 6 mesi, che non comprendeva il rimborso di nessuna delle spese seguenti: costi e responsabilità per il visto, spese per l’alloggio, spese per il vitto, spese per l'assicurazione sanitaria obbligatoria, spese aeree per l'arrivo nel paese.

Tutto questo era stato ovviamente concordato prima della mia partenza, così come concordati erano stati i termini di riferimento per le funzioni operative che avrei dovuto svolgere una volta raggiunto il luogo delle attività. Il mio doveva essere semplicemente un supporto marginale rispetto alle operazioni svolte dall'organizzazione, supporto che avrebbe facilitato il mio apprendimento di metodologie e buone pratiche nei settori d'intervento.

Ciò che si è verificato una volta raggiunta la destinazione non ha però seguito il programma prestabilito. Le operazioni e le attività implementate quotidianamente in accordo con altre organizzazioni partner e con le Nazioni Unite mi hanno mostrato quanto valida e spendibile fosse la mia preparazione accademica trasversale ed eterogenea. Nella cooperazione moderna sempre più sono richieste capacità e competenze multidisciplinari, che possano rispondere a logiche di intervento “integrate” che tengono in considerazione, come nel caso dell'organizzazione per la quale lavoro, diversi fattori quali: il contesto multiculturale, l’uguaglianza di genere, la partecipazione comunitaria, i processi di partecipazione democratica dal basso, le strategie di comunicazione, problematiche di tipo antropologico, storico, sociologico, psicologico, capacità informatiche, matematiche e statistiche.

A pochi mesi dall'arrivo il mio ruolo è diventato quello di assistente del coordinatore dei progetti, con mansioni di appoggio ai tecnici e agli ufficiali di campo nei settori specifici di loro competenza. La capacità di coordinare diversi aspetti tecnici all'interno di un contesto così complesso come quello di un paese in via di sviluppo mi ha infine portato ad essere posto sotto contratto come consulente per la stessa organizzazione e per l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

Fino a qui la mia esperienza personale: sicuramente molto legata al contesto e non sufficiente per l'elaborazione di una regola generale, ma comunque significativa per cogliere il valore del tipo di insegnamento offerto dal corso di laurea in scienze per la pace. La spendibilità del mio percorso accademico risulta ancora più evidente, se possibile, una volta chiarito chi sono di fatto oggi, nel mondo della cooperazione internazionale, i capi progetto ed i coordinatori dei progetti. Non posso, in effetti, nascondere la sorpresa che mi ha investito quando ho potuto conoscere i percorsi di chi, intorno a me, ricopre questi ruoli per conto di ONG anche di livello mondiale.

A dispetto di quello che si potrebbe credere la figura del capo progetto non risponde alle logiche che lo vorrebbero capace di gestire diversi fattori dell’iniziativa, dalle risorse umane agli aspetti contabili alla progettazione, solo per menzionarne alcuni. Queste ruoli sono spesso ricoperti da tecnici espatriati che, iniziata la carriera come agronomi, ingegneri, economisti, sociologi o psicologi, si trovano poi per anzianità di servizio a far fronte alla gestione complessa di un progetto strutturato e multidimensionale. I problemi che questo porta con sé, a livello di interazione con le dinamiche attuali di implementazione integrale di attività in situazioni complesse come quelle in paesi in via di sviluppo, sono tangibili per chi come me ha la possibilità di lavorare “sul campo”.

Un discorso analogo vale, a maggior ragione, per la figura centrale di un ufficio di una qualsivoglia ONG all'estero quale il coordinatore dei progetti. Per quanto riguarda questo ruolo, il problema è ancora più palpabile e palese. In buona parte dei casi, infatti, si arriva a ricoprire questo incarico dopo aver lavorato come capo progetto per alcuni anni, minimo due. Stanti i percorsi di formazione e le condizioni di lavoro dei capo progetto, è facile immaginare che in più di una occasione un coordinatore si trovi quasi completamente privo di quelle competenze che così bene vengono trasmesse nel corso di laurea di Scienze per la Pace.

La mia non vuole essere una polemica sui deficit di formazione di cui soffre la cooperazione internazionale e chi ne dirige i progetti, né tanto meno una critica Tout Court ad un sistema come quello della cooperazione italiana che, seppur lentamente, cerca di rinnovarsi. Il mio è piuttosto un incoraggiamento a chi, come gli studenti del corso di laurea in Scienze per la Pace, decidono di seguire una formazione multidisciplinare e attenta alla complessità della realtà.

Il mondo del lavoro, sopratutto nell'ambito della cooperazione, chiede continuamente flessibilità ed eclettismo ma poi non sembra creare gli spazi necessari per chi decide di formarsi in questa prospettiva. Probabilmente le cose non cambieranno molto presto, ma la mia esperienza mi dice che le competenze acquisite nel corso di laurea di Scienze per la pace sono un dato di fatto, e costituiscono un significativo valore aggiunto che è impossibile non riconoscere. Solo il tempo ci dirà quando questo valore aggiunto potrà essere pienamente riconosciuto, oltre che efficacemente messo al lavoro e monetizzato, e quando verrà dato il giusto spazio a chi è pronto a mettersi in gioco mettendo a disposizione preparazione adeguata alle situazioni complesse che la cooperazione internazionale ci presenta e ci presenterà.

Leggi anche: Diventare cooperante internazionale: la mia esperienza, dove troverai tutto il materiale del Seminario che ho tenuto all'Università di Pisa - 28 settembre 2015

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La Fraternità non è un principio, è uno stile di vita!
A presto, Diego

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