CRONACA: L'antropocentrismo e il Terzo Settore


" L'antropocentrismo e il Terzo Settore " 

Articolo scritto da Alvaro Monsó e pubblicato 01/08/2016
Tradotto da Diego Battistessa


E' passato quasi  mezzo secolo da quando nel 1975 l'opera di Peter Singer "Animal Liberation" ci ha dimostrato l'incongruenza etica, implicita nella divergente considerazione morale che storicamente è stata attribuita agli interessi degli animali e quelli degli esseri umani. Non è  intenzione di questo  articolo approfondire l'opera di Singer, pero è  utile,  per dare un  contesto al lettore/trice, ricordare i punti più  importanti di una teoria che ha creato le fondamenta delle rivendicazioni di un intero movimento: l'anti-specista. 


Peter Singer
La teoria del filosofo australiano mostrava le conseguenze logiche del riconoscimento di un fatto (per molti) evidente: la capacità di sperimentare piacere e dolore in animali non umani. Questa constatazione, in apparenza insignificante, è in realtà rivoluzionaria rispetto a ciò che riguarda non solo la morale  e la cultura ma anche la giustizia e la politica. Singer nella sua opera studia la connessione del merito di considerazione morale ( e indirettamente giuridica) e la già citata capacità di provare piacere e dolore. Ci spiega di come la nascita nel XX secolo del concetto di "diritto umano" si basa precisamente nella lotta all'ingiustizia, nata dal rifiuto dell'oppressione di determinati collettivi per ragioni moralmente arbitrarie ( razza, sesso, classe sociale, orientazione sessuale o capacità fisiche e intellettuali). Da questa sarebbero nati movimenti di un'importanza storica trascendentale, come l'antischiavista, il femminista,  il movimento per i diritti civili, l'indigenista, il movimento LGBT, la lotta per i diritti delle persone con diversità funzionale e, come non ricordare, il movimento operaio. L'appartenenza a una determinata specie si posiziona dunque, in questo contesto, come un altro muro da abbattere nella lotta alle ingiustizie arbitrarie.



Singer, con la sua teoria, ricava e verifica la capacità empirica (cognitiva e comportamentale) di sperimentare piacere e dolore degli animali non umani, avvalendosi di tutti gli strumenti intellettuali della scienza contemporanea e della filosofia.
Il comun denominatore delle differenti forme di opposizione all' ingiustizia finirà dunque per essere la sensibilità, come base per la considerazione morale degli interessi di un collettivo. Singer dibatterà uno ad uno i classici argomenti dei detrattori della causa animalista: "Gli animali si mangiano tra di loro", "Anche le piante provano emozioni", "Quello che sta alla base dei diritti umani dell'essere umano è l'intelligenza non il dolore o il piacere". La distinzione tra gli agenti e pazienti morali, l'evidenza empirica dell'importanza del sistema nervoso centrale e l'argomento dei casi marginali (approfondire qui), rispettivamente, sono stati riconosciuti dalla letteratura accademica e filosofica, come motivi sufficienti per seppellire (almeno nei dibattiti che aspirano alla dottrina giuridica) questi tipi di questionamenti.
Da quel momento in poi saranno  infiniti gli autori/trici che arriveranno a coincidere con le sue argomentazioni anche partendo da diverse prospettive (da vedere per esempio la teoria del velo della ignoranzadi Rawls e la lotta anti-specista che realizza Mark Rowlands in opere come "Animals like us"). Pero, chissà ancora più importante dell' accettazione accademica, che da sola è gratificante ma inutile, bisogna riconoscere la profonda trasformazione che ha provocato l'opera di Singer, nello stile di vita e nelle decisioni politiche di milioni di persone sensibili (sensibilizzate) alla causa animalista.

Il vegetarianismo, la lotta contro l'industria del cuoio, l'opposizione alla tauromachia o la denuncia delle condizioni di vita degli animali negli zoo, circhi e altri spazi di commercializzazione degli animali non umani, sono solo alcuni degli esempi pratici di questa crescente sensibilità. Nel nostro Paese (Spagna) la forza della causa animalista risiede tra la gente giovane e sopratutto nelle città, dove questa popolazione in maniera sempre più crescente, ha dimostrato il suo rifiuto a tradizioni anacronistiche che non dissociano la cultura dalla tortura. Una testimonianza di quanto affermato è l'aumento dell'importanza di un partito politico come PACMA, la cui principale aspirazione è, non dimentichiamolo, materializzare un riconoscimento politico dei  diritti degli animali.


Pero l'intenzione di questo articolo non è quella di argomentare la validità della tesi della causa anti-specista visto che il dibattito è già stato sviscerato più e più volte in altre sedi. I difensori di pratiche como il consumo di carne, per fare un esempio, possono legittimamente appoggiarsi ad un argomento soggettivo, quello del piacere del palato, pero non possono usare l'argomentazione etica (almeno non quelli che difendono, più a meno fortemente, i diritti umani).
Al contrario, l'intenzione è quella di realizzare un richiamo ad un settore la cui  identità presuppone una forte identificazione con le rivendicazioni sociali e con la lotta contro l'ingiustizia: il TERZO SETTORE.
Il Mondo della cooperazione allo sviluppo, dell'aiuto umanitario e dell'inclusione sociale si articolano precisamente, almeno nelle sua evoluzione più moderna (evoluzione che ha potuto superare l'assistenzialismo  e l'orientazione caritativa del  paradigma dell'aiuto)  intorno ad un focus basato sul diritto. Io a questo punto mi domando: quale diritti? La risposta classica è: i diritti umani naturalmente.
Il focus basato sui diritti trova il suo fondamento nel fatto che l'aiuto che si realizza nei diversi contesti d'intervento non è meramente un gesto volontario o un sintomo del fatto che si disponga di tempo libero o risorse da investire e che possiamo destinare questi ultimi a cause che di solito lasciamo in disparte. Al contrario, si sostenta nell'obbligo d'aiuto a persone titolari di diritti in quanto in possesso della dignità di essere umano. Fino a qui il consenso può essere molto grande, però il mio proposito, come si può intuire dai paragrafi iniziali, è sottolineare la necessità di integrare gli animali non umani nel paradigma imperante in pieno XXI secolo nel Terzo Settore.
La reazione istintiva di più di un lettore/rice sarà quella di dire che se non abbiamo neanche remotamente materializzato i diritti degli esseri umani è aberrante rivendicare quelli  degli animali non umani. Bene,  anche comprendendo questa reazione, voglio chiarire che la mia intenzione non è quella di dare priorità agli animali non umani ed ai loro diritti (o quanto meno il loro diritto alla vita) rispetto a quelli degli esseri umani, già che esistono argomenti robusti che giustificano la non applicazione di questo principio.
Situare como incompatibili i diritti degli esseri umani e quelli degli animali non umani è, in genere, fallace, visto che nella gran maggioranza dei casi non si manifesta la necessità di scelta tra i primi ed i secondi. Se si dovesse presentare il caso in cui si dovesse scegliere tra gli uni e gli altri, non sarebbe moralmente possibile considerare come opzione la priorità  dei diritti degli animali non umani, però ci troviamo  nella fortuita situazione nella quale è davvero poco probabile che arrivi il momento in cui si debba soppesare nella bilancia dell'etica, la scelta di, per fare un esempio, la vita di  uno e la vita dell'altro ( qualcosa di simile , anche se più  "accademicamente polemico", si verifica con il diritto al benessere). La mia intenzione è più  umile e si basa sulla considerazione che questi esseri meritano, in quanto ampiamente riconosciuti come soggetti di diritto.


E' dovere dei/lle professionisti/ste del Terzo settore, in quanto attori politici (piaccia o no questa etichetta) coinvolti  nelle lotte sociali e preoccupati per la giustizia globale, non perdere di vista i dibattiti che si producono a livello teorico tanto nell'accademia come nei movimenti sociali. Cosi come il movimento femminista ha ottenuto, fortunatamente, che la prospettiva di genere venga applicata come rivendicazione trasversale che serve da guida in ogni tipo di intervento sociale, è ora di reclamare una considerazione simile per la sensibilità verso la sofferenza degli animali.
Se è stato comprovato che la capacità di provare emozioni rende titolari di diritti gli animali non umani, generando di conseguenza degli obblighi di rispetto verso la loro integrità e il loro benessere che concernono gli essere umani, il Terzo settore deve a questo punto comprendere questa logica e integrarla nel focus basato nel diritto, lasciando indietro le inerzie che ci spingono in altre direzioni. 

Le parole sono importanti. Le parole hanno peso, connotazioni e racchiudono significati politici.
Abbandonare un paradigma como quello antropocentrico è  un compito titanico però nella lotta dialettica si posiziona al  primo posto nella disputa.  E' un discorso provocatore e radicale quello che può e deve attrarre l'attenzione delle persone completamente estranee a questa causa. Come il femminismo ha reso esplicito come non  sia una caso se parliamo di  "casalinga"  e di "Direttore", e che il peso di  genere è la materializzazione linguistica di ingiustizie politiche che si radicano  nei secoli passati, l'anti-specismo deve esigere  la sua parte di protagonismo nella critica del discorso  egemonico. Ecco perché uno  dei migliori ambiti nei quali iniziare questa lotta è il settore che si suppone sia il più sensibile a tutte le dimensioni dell'ingiustizia. 

Cosi, comprendendo in tutta la sua dimensione la causa animalista possiamo iniziare a poter parlare di "diritti fondamentali" invece di parlare di diritti umani. Possiamo  cominciare osservando come l'aiuto umanitario è  in  realtà un'azione critica o azione sensibile. Possiamo iniziare a criticare che la definizione delle azioni d'aiuto in contesti di crisi sia diretta esclusivamente ad "alleviare la sofferenza" umana, per passare ad una definizione più  inclusiva come "alleviare la sofferenza" in ogni sua sfumatura e aspetto. Possiamo cominciare con l'articolare una definizione di cooperazione allo sviluppo che includa anche come beneficiarie l'ambiente e le creature non umane che lo abitano e che soffrono gli effetti devastatori di modelli di sviluppo insostenibili. Per prima cosa possiamo iniziare facendo notare che tutte queste espressioni e definizioni non siano neutre e che quello che abbiamo naturalizzato come rivendicativo può esserlo  ancora di più.

Ci scopriamo tremendamente lontani dal giorno in cui  accusare qualcuno di specismo euqivalga ad accusarlo di razzismo, di omofobia o di sessismo. Di fatto, è probabile che non si arrivi mai a quel giorno.  Tuttavia, la certezza della giustezza di una causa non è un motivo sufficiente a persistere, ma serve, come molti sanno, come motore dei sogni che danno senso all'esistenza. Per quello che mi riguarda, sogno il giorno in cui Word non mi sottolinei ( come se fosse un errore) la parola specismo . Sogno il giorno in  cui i camerieri/ere non mi chiedano se non mangio neanche il pesce... Sogno il giorno in cui il professore di cooperazione allo sviluppo non mi guardi come se avesse visto un alieno dopo la mia domanda su come avrei potuto ottenere un finanziamento pubblico per un progetto diretto esclusivamente a salvare ecosistemi e/o prevenire la morte di animali  non umani. Ed essendo limitata la mia capacità di sognare, e anche mia immaginazione, ho fiducia nel fatto che le molte altre persone che condividono le mie aspirazioni, si lascino guidare dalla creatività necessaria per superare gli ostacoli, linguistici, o di altro tipo, che ripropongono a oltranza l'ingiustizia del sistema. 
Coloro che non  hanno voce ci appoggiano e quelli che ce l'hanno, anche loro,  ogni giorno di più.  



Grazie a Laura Sánchez per il suo inestimabile aiuto nella redazione di questo articolo 


Álvaro Monsó Gil è laureato in Diritto e Scienze Politiche all'Università Autonoma di Madrid. Ha frequentato il Master di Azione Solidaria Internazionale e di Inclusione Sociale dell’università Carlos III di Madrid e attualmente lavora nel dipartimento legale di Medici senza Frontiere a Madrid. E’ collaboratore abituale ed ex-membro del consiglio di redazione della rivista online Agorà.






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Diego

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