SULLA MIA PELLE: quando il migrante sei tu...


Oggi 18 dicembre, giorno sancito dalle Nazioni Unite come giorno internazionale del Migrante,  vi voglio proporre una riflessione sulle migrazioni e per farlo pubblico un articolo che ho scritto per la Commissione della biblioteca del mio paese natale, Gordona. L'articolo, insieme a molti altri interessanti contributi e ricerche storiche, è stato pubblicato nell'annuario 2016 dal titolo "Momenti di Gordona"
A questo link potrete scaricare e leggere tutti gli annuari dal 2010 in avanti e conoscere l'incredibile lavoro e la grande passione che persone comuni con talenti e cuori straordinari portano avanti per preservare il patrimonio storico e culturale della nostra bella Italia. Ora vi lascio all'articolo, buona lettura.


Una vita da MIGRANTE

La parola MIGRAZIONE viene dal latino “migratio” cioè spostarsi da un luogo ad un altro. Questo concetto è rimasto uguale a sé stesso per millenni, una circostanza alquanto peculiare, che si giustifica con il fatto che evidentemente questa necessità umana è rimasta costante nel tempo:  la necessità di cercare un luogo migliore in cui vivere.
Oggi questa parola, e quindi il concetto che ne sta alla base, è argomento di discussione quotidiano. Ogni persona, indipendentemente dalla sua professione e dalla sua formazione accademica è chiamata ad esprimersi e confrontarsi su circostanze nazionali e internazionali che hanno a che vedere con i flussi migratori.

Nell'edizione del 2015 di “Momenti di Gordona” il comitato di redazione ci racconta dettagliatamente le modalità e i numeri della migrazione dei nostri antenati gordonesi. Una migrazione dettata dalla povertà e dalla guerra, una migrazione che molti lettori e lettrici di questo giornale ricordano di aver vissuto in prima persona.

Estratto dall’articolo di Nanopress del 17 giugno 2015: Emigrazione italiana: quando i disperati eravamo (e siamo ancora) noi

L’italia è stata per 140 anni terra di emigrazione e quasi nella totalità di emigrazione “economica”, persone cioè che lasciano la loro terra natia per cercare fortuna e scappare dalla povertà. Il fenomeno fu di tale portata che cambiò per sempre la società italiana e quella internazionale: secondo una stima di diversi studi sull'emigrazione italiana, sono stati circa 30 milioni gli italiani emigranti tra il 1876 e il 1970 e circa 80 milioni sono gli oriundi nel Mondo (coloro cioè che hanno almeno un antenato italiano). L’emigrazione italiana è un fenomeno complesso e dai numeri enormi, ma che ha delle caratteristiche comuni in tutte le sue diverse fasi temporali. Per convenzione, gli studi prendono come anno zero il 1876, quando la Direzione Generale di Statistica pubblicò il primo studio sull'emigrazione. Il flusso di italiani in partenza per Paesi stranieri ha registrato un’inversione di tendenza dopo il 1970, quando i movimenti diventano più interni (da Sud a Nord) e quando iniziano ad arrivare i primi stranieri, ma senza mai fermarsi del tutto. 

Una storia di Migrazioni
Io sono un migrante economico, figlio di una migrante economica, nipote di un migrante economico e probabilmente potrei continuare... Pietro Battistessa era mio prozio, fratello di mio nonno Giovanni Battistessa. Emigrò in Australia nel 1952, all'età  di circa 20 anni, nello stesso anno in cui nacque mio padre, Danilo Battistessa. Pietro e Giovanni non si videro per ben 24 anni. A quell'epoca non c’erano telefoni cellulari, niente skype, niente Facebook. Pietro si dedicò a fare quello che sapeva fare meglio: edilizia e tagliare legna . La sua storia è uguale a quella di tanti italiani e italiane che cercarono casa e futuro in luoghi lontani in un momento in cui il loro Paese non era in grado di rappresentare la “terra promessa”.  Pietro non parlava inglese, non aveva studiato molto ma questo non gli impedì di costruirsi un futuro, di farsi una famiglia e di tornare 24 anni dopo ad abbracciare coloro che lo aspettavano nella sua amata Gordona. Anche da parte di mia nonna, Maria Pedretti , ho notizie di migranti economiche. Questa volta si tratta di donne, una zia e una cugina di mia nonna che nel primo dopoguerra partirono in quelle immense barche cariche di persone e speranze che viaggiavano verso le Americhe, nel loro caso specifico verso l’Argentina.

Negli anni ‘70 la migrazione italiana cambia e diventa un “affare” interno. E’ proprio nel 1971 che mia madre, Liviana Giannotti, originaria di Marina di Cecina in provincia di Livorno, segue il marito finanziere destinato a Chiavenna e ,all'età di 23 anni,  lascia la famiglia per iniziare una nuova vita nella nostra valle.

Lei arrivava con un mestiere, la parrucchiera, e con una “croce” sulle spalle. In quegli anni infatti, nel nord italia essere toscani significava essere meridionali e dalle nostre parti questo non era un dettaglio da poco. Mia madre decise di rimettersi  a studiare e nel 1975 entrò a lavorare come infermiera nell'ospedale di Chiavenna ( ci sarebbe rimasta fino al 2008) servendo cosi nel migliore dei modi la comunità che l’aveva accolta. Nel 1983, dopo aver ottenuto il divorzio, si trasferì a Gordona dove iniziò la convivenza  con mio padre, Danilo. Furono anni duri: una donna divorziata in una comunità cattolica, toscana ( e quindi meridionale) e che per di più conviveva (senza vincoli clericali o civili) con un uomo dal quale aveva avuto un figlio, io. Mia madre seppe trasformare le sfide in opportunità e ricorda quell'epoca come un momento duro ma di crescita personale. Io non sapevo bene cosa voleva dire ma ricordo di aver ascoltato la parola “terrone” molte volte quando ero piccolo...    
Poi è toccato a me... Dopo aver terminato le medie a Gordona sono andato a studiare a Sondrio, solo 60 km ma che hanno significato l’inizio del mio pellegrinaggio. A 17 anni, dopo una stagione di 6 mesi di lavoro tra le cime innevate di Madesimo mi sono trasferito in Toscana e poi nelle Marche.  Dopo 2 anni all'ombra del Palazzo Ducale di Urbino ho ripreso la strada della terra natale di mia madre e mi sono trasferito a Pisa dove sono rimasto per 8 anni. Poi è arrivato il Sud America e infine (per ora) la Spagna... Da 14 anni vivo una vita da migrante, ho cambiato molte volte città, Paesi e Continenti. Ho chiamato casa tante pareti e tanti luoghi diversi convivendo con persone provenienti da tutto il Mondo ed essendo costretto, spesso e volentieri,  a parlare una lingua che non è  quella con la quale ho detto per la prima volta “Mamma”. Credetemi pero quando  vi dico che la mia non è un’eccezione, infatti tra le nuove generazioni di giovani italiane/i questo tipo di vita e molto comune, la necessità di migrare è tornata ad essere pressante proprio come ai tempi del mio caro, indimenticabile, zio Pietro.  Coetanei e coetanee italiane con le quali sono cresciuto o che ho incontrato lungo il cammino della vita,stanno vivendo e lavorando ai quattro angoli del Pianeta, lontani da amici e parenti, lontani dai luoghi nei quali sono cresciuti. 

Oggi, grazie anche e sopratutto alle facilità che mi concede la mia cittadinanza italiana vivo una tranquilla vita  a Madrid, insegnando cooperazione internazionale e diritti umani in un’università pubblica spagnola. Ma perché vi racconto tutto questo vi starete chiedendo? E’ semplice. Ve lo racconto perché voglio mostrare un punto importante,  un punto per me molto chiaro, il filo conduttore di questo articolo. Pietro, Liviana, Diego, tre storie legate a Gordona e  che hanno qualcosa in comune, un fattore che si ripropone generazione dopo generazione. Siamo emigrati, ci siamo messi alla prova, siamo migliorati, siamo cresciuti e siamo diventati utili alle comunità che ci hanno saputo accogliere, CHE CI HANNO SAPUTO DARE UN’OPPORTUNITÀ

Ricordo che dopo essere tornato dal Sud America ho ricevuto complimenti e pacche sulle spalle da parte di molti connazionali. Quando decisi di partire per le Americhe lasciai molte cose alle spalle, decisi di buttarmi  giocandomi il tutto per tutto: un investimento di  vita e anche economico. Mi è andata bene,  sono stato accolto come in  famiglia dai fratelli e dalle sorelle di quel continente tanto lontano, ho fatto velocemente carriera e sono tornato in Europa, dopo due anni, umanamente e professionalmente arricchito e sopratutto  più maturo.  A quel punto le lodi sul mio coraggio e sulla capacità di rischiare si sprecavano tra le mie conoscenze nel Bel Paese:
<Sei un esempio per i giovani italiani!> Mi diceva qualcuno.
<Hai avuto coraggio da vendere, lasciare tutto per andare in un posto sconosciuto dove neanche si parla italiano> mi dicevano altri.

Io ringraziavo ma dentro di me sapevo che c’era qualcosa di sbagliato. Si perché molte delle persone che mi dicevano queste cose erano le stesse che poi, vedendo le immagini in TV di migliaia disperati che cercavano di raggiungere l’Italia,  inveivano contro questi ultimi, accusandoli  di rubarci il lavoro, di venire a togliere il futuro ai nostri giovani...  Quindi, a me si offriva da bere al bar e per loro solo insulti e vessazioni... Non capivo e sinceramente ancora oggi non capisco, perché io sarei un esempio di coraggio e intraprendenza da seguire mentre per loro si usa un altro peso e un’altra misura... E’ proprio in questi momenti che ripenso allo zio Pietro, a mia madre e alla mia vita da migrante e a quanto abbia fatto la differenza che a noi abbiano dato un’opportunità.


P.S. 
Una parte della mia storia da migrante è raccontato nel libro:

La nostra scuola è il mondo intero: storie di migrazione e di integrazione

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Refugee's day, Quito (Ecuador) 2015
Grazie!

La Fraternità non e un sentimento, è uno stile di vita!
A  presto, Diego

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