Ecuador com'è fare sesso con un asino? Le aberrazioni dell'etero patriarcato




Come più di una volta ho ripetuto in questo blog, mi piace definirmi  un femminista, un attivista per i diritti umani e uno scrittore  amatoriale. Oggi cercherò di riunire queste cose per farvi conoscere alcune aberrazioni che hanno coinvolto e coinvolgono intere generazioni in Ecuador, il Paese nel quale lavoro come cooperante da circa un anno.

Da poco ho scoperto questa incredibile tradizione che a tutt'oggi  si  manifesta sulla costa dell'Ecuador e che coinvolge loro malgrado  molti giovani, ma andiamo per gradi.


L'Ecuador è un Paese machista, lo è sempre stato e nonostante la Rivoluzione cittadina dell'attuale presidente  Rafael Correa iniziata nel 2007 i passi da fare verso l'uguaglianza di genere sono ancora molti.


Alcuni esempi vi renderanno le idee più chiare rispetto a quello cui devono far fronte le donne di questo Paese.



Esempio 1 - I Bagni 

Tanto per iniziare in ogni bagno pubblico le donne pagano di più degli uomini. Sembra uno scherzo vero? E invece è proprio così.
In Ecuador ogni volta che si ha bisogno di un bagno si deve pagare. Infatti troverete sempre una persona addetta al bagno che, solitamente seduta dietro un piccolo tavolino che espone caramelle e chewing-gum, vi chiederà il dazio per poter entrare.
La tariffa per orinare è la seguente:

Uomini - 0,05$

Donne - 0,15$

Per dovere di cronaca devo ammettere che gli uomini pagano solo 0,05$ perché non prendono la carta igienica. Quindi penserete voi, tutto risolto, la donna non prende la carta igienica e paga la stessa cifra dell'uomo. Eh no! Qui vi volevo. Alle donne non è data scelta si paga 0,15$  sempre e comunque.




Esempio 2 - Il post parto

Sopratutto nella parte della Sierra è diffusa una tradizione terrificante che riguarda il periodo post parto delle donne. Infatti una volta dato alla luce il bebè le donne vengono letteralmente rinchiuse in casa per un periodo di 40 giorni. Durante questa quarantena devono mangiare un gallina al giorno che le viene portata dai familiari e devono restare completamente al buio. Le finestre vengono chiuse, spesso anche con delle tavole e la donna deve vivere in completo  isolamento con il bambino o la bambina. Non fosse già abbastanza assurdo, le donne vengono costrette a mettersi sulla testa un pezzo di tela impregnato della pipi del bebè per abituarsi ( così dicono) al suo odore.

Esempio 3 - Lutto familiare
Se una donna non è  sposata e vive ancora in famiglia la tradizione locale vuole che al decesso di uno dei due genitori la figlia  sia costretta a rimanere chiusa in casa e a vestirsi di nero per un anno. Pena l'essere ripudiata da tutta la famiglia.
Arriviamo dunque al titolo  dell'articolo. Starete pensando che quanto scritto su ciò che devono soffrire le donne in questo Paese poco calzi con la storia dell'asino ma invece non è così. La cultura Machista non influenza solo la vita delle donne ma anche tutta la struttura emotiva e comportamentale degli uomini, come dimostrano i diversi studi sulla mascolinità.
La cultura Machista definisce i ruoli, all'interno dei quali neanche all'uomo è permesso allontanarsi dagli stereotipi e dalle aspettative. Ecco dunque che si fa strada la pratica del sesso con l'asino.

In Italia non è  mistero  che i padri portassero i figli maschi vergini ai bordelli per farli diventare "uomini": in Ecuador si è trovata una soluzione più economica.

Di seguito un articolo tradotto dallo spagnolo, apparso su di una rivista locale della quale posto il link


"A Plato, il mio villaggio, è una cosa normale. Io l'ho fatto varie volte, da quando avevo  tredici anni fino ai ventidue. Adesso non mi interessa più la cosa perché ho una moglie e non vivo più nel mio villaggio. La prima volta fu  durante un escursione con i compagni della scuola la fiume Magdalena.

Con vari compagni, tutti più grandi di me, arrivammo alla spiaggia del fiume, dove si trovano molte asine libere e scommettemmo su chi sarebbe stato il primo a scoparsi un'asina vergine, le migliori.
Gli altri, che erano molto  più grandi di me e avevano molta più esperienza, catturarono un'asina vergine;a me invece, inesperto com'ero, toccò un'asina vecchia.
Ero nervoso perché avevo paura che scalciasse. Quando l'asina è vecchia però si  lascia penetrare facilmente. Bisogna strofinarle il fondo schiena perché si ecciti e poi alzargli la coda, non c'è necessità di legargli le gambe posteriori perché non scalci, cosa invece che bisogna fare con le asine giovani.
A causa del fatto che era la mia prima volta ci misi circa mezz'ora per "venire". Quando i miei compagni vennero a cercarmi io mi trovavo sul dorso dell'asina e mi stavo già dirigendo verso di loro. Tutti iniziarono a prendermi in giro, sopratutto le compagne.

Una volta entrai nel cortile del vicino a fottermi la sua asina. Lui era un vecchio che viveva solo e si rumoreggiava che si fotteva la sua asina e che era molto geloso di lei. Mi scoprì e comincio a rincorrermi con il  machete in mano. Mi beccarono più o meno 6 o 7 volte mentre mi fottevo quell'asina. Però questo è niente rispetto ad una volta che mi stavo fottendo bene un'asina e mi si avvicinò un cavallo.  Lo vidi arrivare ma non ci feci caso fino a quando mi si mise addosso e mi strappò i vestiti tentando di mordermi e facendomi scappare. Fui costretto ad andarmene mentre il cavallo si fotteva l'asina.


Un'asina è differente rispetto ad una donna. La vagina è più grande, più calda. Quella delle vergini è secca, quella delle altre è umida. L'asina non raglia mentre la fottono. All'asina si può mettere nel culo, anche agli asini. Io non l'ho mai fatto, però so di amici che lo hanno provato.

Si chiama Chancletar (non c'è traduzione) e consiste nel legare un mattone con del filo ai testicoli dell'asino perché si abbassino.



Prima si poteva andare in gruppo a fottersi la stessa asina ma ora con tutte queste malattie è meglio non farlo, sopratutto perché nessuno usa il preservativo.
Andare in gruppo era meglio perché era più facile acchiappare l'asina, solo era questione di circondarla. Farlo da solo invece era più difficile, pero appresi con la pratica che il segreto stava nel nello spingerla in un angolo dove non poteva correre. A me nessun asina mi è mai scappata."


Questo sono io in Africa a dorso di mulo 
ma non fatevi strane idee

Grazie a Kathrina per avermi inviato il link della rivista


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Articoli sull'Ecuador presenti in questo BLOG

Articoli sull'Ecuador scritti per Walking on the South? ( WOTS)

Natale a nudo, riflessioni sul perché di questa festività





Care lettrici e cari lettori di Kryptonite desidero augurarvi di cuore un sereno Natale.

In punta di piedi entro nelle vostre case per suggerire una riflessione. Le parole che seguiranno non vogliono essere ne retoriche ne demagogiche. Tanto meno intendo offendere chi, anche in Italia, vivrà questo periodo nell'indigenza e nelle privazioni.

Il mio obiettivo è trasmettere quello che per me significa il Natale.

Siamo circondati da simboli, religiosi e non, che ci ricordano in ogni momento l'importanza di questo giorno.

- A Natale bisogna riunirsi con la famiglia.
- A Natale si fanno i regali.
- A Natale bisogna fare delle buone azioni verso i più bisognosi.

Ecco alcuni dei pensieri che in questo periodo circolano freneticamente nelle menti delle masse.

Pensieri giusti, sbagliati, non spetta a me giudicare.

Come molte persone sono cresciuto con la favola di Babbo Natale,

Un bonario vecchietto sovrappeso, vestito di rosso e con una lunga barba bianca che cavalcando la sua luccicante slitta trainata da renne, raggiunge ogni angolo della Terra dove i bambini e le bambine attendono il suo giudizio ed i conseguenti regali.
Quando avevo 8 anni l'incanto si è rotto e proprio in quel momento sono iniziate le mie riflessioni sul Natale. Non più il bonario vecchietto ma la nascita di Gesù, il figlio di Dio, il Cristo che, con la sua venuta e morte, ha diviso il tempo.
Gesù di Nazaret, la capanna, la stella cometa ed  i Re magi hanno rappresentato per me il Natale durante diversi anni.
Poi è arrivato il tempo delle riflessioni, il tempo delle domande, il tempo nel quale ho scelto una strada differente.

Attraverso lo studio ho appreso diverse cose che qui vi illustro.

Ho preso spunto da diverse fonti però vi invito a non credere acriticamente a quello che riporto ma bensì a intraprendere una vostra personale ricerca.


BABBO NATALE

Fonte foto

Tutto è cominciato a Myra (città dell’attuale Turchia) attorno al 300 d.C. quando il vescovo Nicola ha proposto ai vari parroci di avvicinare la gente al cristianesimo portando, casa per casa, doni ai bambini, e con l’occasione spiegare loro chi fosse Gesù e cosa avesse fatto per l’umanità. Dopo quella che può essere definita una vera e propria campagna di kids marketing, il vescovo Nicola è diventato veneratissimo durante tutto il periodo Medievale, meritandosi l’appellativo di Santo. Iconografie di Nicola circolavano per tutto l’impero Bizantino quando era ancora in vita e indovinate un po’ di che colore erano i suoi abiti? Trattandosi di un vescovo non potevano che essere rossi. Da questo personaggio storico derivano tutte le versioni moderne di Babbo Natale, chiamato anche Santa Claus dalla tradizione Olandese che fa coincidere la leggenda di San Nicola con la festa di Sinterklaas, che tradotto significa “il compleanno del Santo”.

Da qui le cose si complicano! Ogni paese fa sua la figura di San Nicola interpretandola a seconda delle proprie tradizioni, credenze e usanze a volte anche allontanandosi di molto dalla base cristiana.
Con il passare dei secoli la figura di Santa Claus ha subito vicende più o meno travagliate senza mai perdere consensi, tanto che, nel 1862 viene usato come testimonial ufficiale per la Guerra Civile Americana sostenendo la parte degli Unionisti. Il cartonista Thomas Nast disegnò Babbo Natale come un piccolo elfo vestito di pelli nere e marroni come un cacciatore. Nast si occupò di rappresentare Santa Claus per circa 30 anni, modificando di anno in anno la sua figura, facendogli acquistare centimetri di altezza e colorando di rosso le sue vesti.
Ma l’aspetto elfico, quasi spettrale, rimaneva dominate soprattutto nei paesi nordici dove vestiva abiti di colore verde, azzurro e giallo.

Nel 1920 entra in scena nel campo delle pubblicità natalizie la Coca-Cola che pubblica nel The Saturday Evening Post un Babbo Natale in pieno stile Nast, alto magro e spaventoso.
Ma la vera rivoluzione inizia nel 1931 quando la D’Arcy Advertising Agency, agenzia pubblicitaria che gestiva le campagne di Coca-Cola, decide di creare una figura di Santa Claus più realistica e simbolica commissionando il lavoro all’illustratore Haddon Sundblom.
La prima cosa da fare per rendere il tutto più credibile era eliminare l’aspetto elfico-inquietante delle rappresentazioni ante 1931, e per farlo, Sundblom decide di ispirarsi al poema “The night before Christmas” di Clement Clark More del 1822 dove Babbo Natale viene descritto come un uomo molto grasso, gentile e amichevole che ispira simpatia e serenità. Dal 1931 al 1964 Sundblom rappresenta Babbo Natale vestito di rosso mentre legge letterine, distribuisce giocattoli e visita i bambini di tutto il mondo.

La cosa che pochi sanno è che Sunny, come lo chiamavano gli amici, aveva basato le sue illustrazioni su un personaggio realmente esistito: il suo vicino di casa Lou Prentiss, un venditore in pensione. L’idea della D’arcy agency si era rivelata vincente!

Il personaggio inizia a piacere moltissimo al pubblico che aspetta con ansia le varie pubblicità natalizie della multinazionale, che ora vengono trasmesse anche in televisione. Anno dopo anno Babbo Natale aumenta sia di simpatia che di fama, tano che, quando, alla morte di Prentiss, Sundblom inizia a ritrarre sé stesso allo specchio per creare le illustrazioni di Natale, la gente si accorge immediatamente di dettagli come la fibbia della cintura speculare rispetto all'anno prima o della mancanza della fede nuziale al dito. Subito la sede centrale della Coca-Cola viene tempestata di lettere per far notare la differenze nel vestiario e per chiedere notizie relativamente a Mrs Babbo Natale.

Da allora Babbo Natale e la Coca-Cola sono sempre andati a braccetto e le pubblicità natalizie sono diventate il gioiello della multinazionale, fino ad arrivare ai giorni nostri dove viene organizzato un vero e proprio Coca-Cola tour che porta Babbo Natale nelle città più famose del mondo.

LA NASCITA DI GESÙ

Fonte foto


La risposta della Bibbia
Nella Bibbia non è riportata la data di nascita di Gesù. Queste opere di consultazione lo dimostrano:

“Non si conosce la vera data di nascita di Cristo” (New Catholic Encyclopedia).
“La data effettiva della nascita di Gesù è sconosciuta” (Dizionario della Bibbia).
Anche se non specifica la data di nascita di Gesù, la Bibbia fornisce due indicazioni che inducono molti a concludere che non fosse il 25 dicembre.

Non in inverno
Il censimento. Appena prima della nascita di Gesù, Cesare Augusto ordinò con un decreto che “tutta la terra abitata si registrasse”. Ognuno andò quindi a registrarsi “nella propria città”, il che poteva comportare un viaggio di una o più settimane (Luca 2:1-3). Questo decreto, emanato forse per motivi tributari o di coscrizione militare, sarebbe stato impopolare in qualsiasi periodo dell’anno; è molto improbabile perciò che Augusto provocasse ulteriormente i suoi sudditi costringendoli a effettuare un lungo viaggio nel freddo inverno.

Le greggi. I pastori “dimoravano all’aperto e di notte facevano la guardia ai loro greggi” (Luca 2:8). Il libro La vita quotidiana in Palestina al tempo di Gesù dice che le greggi vivevano all’aria aperta dalla “settimana prima della Pasqua [tardo marzo]” fino alla metà di novembre. Aggiunge poi che “l’inverno lo passavano negli ovili, e basta questo particolare per dimostrare che la tradizionale data del Natale in inverno non ha molte probabilità di essere esatta, poiché il Vangelo ci dice che i pastori erano nei campi”.

Agli inizi dell’autunno
Possiamo più o meno determinare quando nacque Gesù contando a ritroso dalla sua morte che avvenne il 14° giorno del mese primaverile di nisan, ovvero il giorno di Pasqua dell’anno 33 (Giovanni 19:14-16). Gesù aveva circa 30 anni quando iniziò il suo ministero, che durò tre anni e mezzo, per cui doveva essere nato agli inizi dell’autunno del 2 a.E.V. (ovvero a.C.) (Luca 3:23).

Perché il Natale si festeggia il 25 dicembre?
Dato che non c’è alcuna prova che Gesù sia nato il 25 dicembre, perché il Natale si festeggia in questa data? La Piccola Treccani dice: 
"Nella scelta del 25 dic. come giorno di Natale del Salvatore ha influito il calendario civile romano che dalla fine del sec. 3° celebrava in quel giorno il solstizio invernale e il natale del ‘sole invitto". 

Secondo l’Encyclopedia Americana, il motivo di questa scelta era “far sì che il cristianesimo avesse più senso per i convertiti pagani”.

I RE MAGI

Fonte foto

Chi sono  Gasparre , Melchiorre e Baldassarre?
Perché intraprendono questo lungo viaggio per giungere fino a Gesù?

Questa volta vi darò la mia interpretazione perché le fonti sono contrastanti. 
Per prima cosa, a mio giudizio, i Re Magi non sono mai esistiti.

Cerco di spiegarmi meglio. Credo che la tradizione cattolica utilizzi la storia dei Re Magi per sancire un cambio, per segnare un passaggio di consegne. Prima della nascita di Gesù l’occulto e la magia erano diffusi in tutto il Mondo. Con l’avvento del figlio di Dio questo ordine di cose giunge al termine, dal momento della sua nascita solo Lui, attraverso il potere concessogli dal Padre, potrà fare miracoli. Non più magia quindi ma Miracoli del Dio unico. I Re Magi erano tre. Uno in rappresentanza di ogni continente conosciuto all'epoca: Europa, Asia e Africa. Quello che portavano in dono, oro, incenso e mirra, rappresenta gli elementi che caratterizzavano i riti magici del Mondo Antico. Melchiorre, Gasparre e Baldassarre sono la sintesi di un Mondo che scompare, del vecchio ordine che si prostra ai piedi di un bambino che relegherà la magia nei meandri del tempo. 
La Stella Cometa non è altro che il simbolo di questa magia, catalizzata in un astro celeste, che conduce i rappresentanti del passato verso il passaggio di testimone con Gesù.

Questo il messaggio che io colgo dalla storia dei Re Magi.


MA ALLORA, COSA RESTA DEL NATALE?

Senza Babbo Natale, senza la nascita di Gesù, senza i Re Magi, cosa resta della festa che coivolge tutto il Mondo?

Eccoci giunti alle mie risposte dunque, a quello che da alcuni anni rappresenta per me il Natale. 
Mia nonna, la mia immensa nonna materna, mi ripeteva quando ero piccolo di non lamentarmi e di pensare alle persone che stavano peggio di me. Grazie al lavoro che svolgo ho imparato che pensare non è sufficiente, bisogna vedere, toccare, sentire questa condizione di privazione, di miseria, di morte in vita.
Solo allora è possibile capire. 

Per me il Natale è una riflessione su ciò che ho, non su ciò che manca.

Dopo essermi lavato per mesi con acqua fredda e in alcuni casi anche gelata, adesso conosco il valore dell'acqua calda.
Dopo aver dovuto bollire acqua per mesi anche solo per lavarmi i denti, dopo aver vissuto dove l'acqua è contaminata da petrolio, batteri, funghi e parassiti ho imparato ad apprezzare il valore di avere l'acqua potabile a portata di mano.
Dopo aver svolto 42 missioni nella frontiera che separa l'Ecuador dalla Colombia, in piena Amazzonia, ho imparato cosa vuol dire dormire all'asciutto, avere un tetto
Dopo aver visto bambini e bambine mangiare due volte quello che io potrei mangiare  se fossi davvero affamato, ho imparato cosa vuol dire mangiare tutti i giorni.
Dopo aver conosciuto la realtà di Paesi dove le persone non possono varcare la frontiera, ho capito cosa vuol dire avere la possibilità di scegliere.
Dopo aver visto persone scaldarsi bruciando spazzatura ho imparato il valore di una coperta e di un abbraccio.
Dopo aver lavorato e conosciuto  centinaia di rifugiati, persone che hanno perso tutto, molte volte anche familiari e amici, ho iniziato a dare valore al quotidiano.
Dopo aver conosciuto persone analfabete che dicono di non aver potuto studiare perché la scuola più vicina si trovava o si trova a due giorni di viaggio in canoa, ho imparato il valore della mia istruzione. 











L'elenco potrebbe continuare ma credo di aver reso l'idea. 
E' mia abitudine ormai passare il Natale facendo un bilancio e valorizzando tutto quello che la Vita mi sta concedendo. 
E' mia abitudine godere delle persone che mi sono vicine e far sentire la mia vicinanza a quelle che sono lontane.
E' mia abitudine ricordarmi che sono FORTUNATO!

Buon Natale 


Lascio che Bertoli, uno dei miei artisti preferiti vi porti nel suo mondo con queste meravigliose parole e che l'indimenticato Fabrizio de André ci racconti del suo Gesù. Buon ascolto.



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Se i muri potessero parlare …

Un viaggio in  giro per il mondo alla scoperta di messaggi più o meno nascosti che ci invitano a scoprire storie e protagonisti presenti e passati.
Tutte le foto sono state scattate da me. Buona lettura.


Se i  muri potessero parlare a Betlemme (Territori Palestinesi)…
Ci racconterebbero della voglia di rinascere, di cambiare,  di lottare, di evadere. Betlemme: luogo sacro tra i luoghi sacri, diviso da Gerusalemme da alte mura di odio e morte, lontana migliaia di anni dalle storie di David e di Gesù, Betlemme, territorio Palestinese, città divisa e contesa, città che meraviglia e che fa piangere allo stesso tempo.
In questa città i muri ci  raccontano di anni  di isolamento  e di sofferenza ma anche di speranza, di possibilità, di rinascita.
Rompi i muri che dividono e unisci tutte le PERSONE!
Se i muri potessero parlare a Ouagadougou (Burkina Faso)…
Ci racconterebbero una storia incredibile. Ci parlerebbero della vita di colui che è chiamato il "Che Guevara" africano. Thomas Isidor Noel Sankara, meglio conosciuto come il Capitano ThomasSankara, fu un rivoluzionario ma non uno qualsiasi. Il suo Paese, il Burkina Faso, deve a lui il suo nome. Il giovane Capitano nel 1983 rispose presente alla chiamata del popolo che lo reclamava a gran voce come guida e leader. Per 4 anni rappresentò un esempio di coerenza intellettuale per tutto il mondo, guidò il movimento dei Paesi non allineati, chiese a gran voce il disarmo degli  Stati africani e si  oppose al  pagamento  del  debito  esterno del suo Paese.
Il 15 ottobre del 1987 fu brutalmente assassinato da dei sicari al soldo delle ex potenze coloniali ma il suo popolo non ha mai smesso di amarlo.
I sankaristi, cosi si chiamano i suoi seguaci, vegliano la sua tomba, spesso profanata, e con colori, messaggi e fiori continuano a rendere vivo il ricordo di uno dei più grandi martiri africani.

Se i muri potessero parlare a L’Avana (Cuba)…
Ci parlerebbero di rivoluzione. Ci direbbero che da quel 1 gennaio 1959, giorno in cui Fidel  Castro entrò trionfante all’Avana, sono cambiate tante cose ma non certo i simboli.
La bandiera del movimento 26 Luglio, giorno in cui , nel lontano 1953, un giovane Fidel con un centinaio di uomini falliva un assalto alla caserma Moncada nella città di Santiago di Cuba, campeggia nei vicoli di una città che sembra senza tempo.


Il socialismo, non più ideale ma dottrina resa quotidianità è insito ormai nella Street Art dei giovani delle nuove generazioni, nati rivoluzionari e cresciuti rivoluzionari nelle difficoltà di un Paese sempre più in declino. Gli slogan come questo riempiono le strade delle città cubane, dipinti per lo Stato su commissione oppure con vibrante idealismo da qualche sconosciuto cuore rivoluzionario, rimangono viva traccia di uno spirito ribelle.




José Martí, chiamato “l’apostolo di Cuba” campeggia nel centro dell’Avana. Lui fu il fautore della terza guerra d’indipendenza, quella che valse la libertà al popolo cubano. Morì giovane, troppo giovane, nella battaglia chiamata “dei due fiumi” il 19 maggio 1885, lasciando orfano un Paese che in lui forgiò lo spirito.
Il popolo di Cuba non lo dimentica, continua a rendergli il suo tributo, nei vicoli più nascosti, dove meno te lo aspetti, Martí appare, simbolo di una Cuba passata, di una Cuba sognata e chissà anche di una Cuba ancora da costruire.


Se i muri potessero parlare a Jerez de la Frontera (Spagna)…
Ci racconterebbero delle lotte sociali che scuotono la Spagna. Di una polizia sempre più violenta e repressiva, della voglia di manifestare, lottare e gridare la propria indignazione verso il sistema.
I giovani spagnoli, come i giovani greci e i giovani italiani più volte sono scesi in piazza, più volte si sono scontrati contro le forze dell’ordine dello Stato e più volte hanno chiesto l’adesione di queste ultime alle proprie rivendicazioni. NON ESSERE ARRABBIATO! Una incitazione alla lotta comune, sembra voler dire : Togli il casco come hai fatto in Italia a Torino a dicembre 2013 …






Se i muri potessero parlare al  Cairo (Egitto)…
Ci racconterebbero della fine di gennaio 2013, del palazzo sede del partito di Governo che brucia, dato alle fiamme dal popolo egiziano che da giorni ha preso in ostaggio piazza Tahrir (libertà). E' iniziata quella che passerà alla storia come "Primavera Araba" una ribellione generalizzata causata dall'alto livello di corruzione in cui versa il Paese, dalla povertà, dalla fame, dall'assenza di libertà individuali, dalla continua violazione dei diritti umani,dall'aumento dei generi alimentari, dalla disoccupazione e sopratutto dal desiderio di rinnovamento politico.

Il palazzo brucia e sei mesi dopo è ancora lì, immobile, monito a quanti non dovessero aver imparato la lezione, simbolo di un'epoca che si chiude e di un altra che nel cuore e nelle menti degli egiziani è piena di promesse e opportunità.

Se i muri potessero parlare in Otavalo e Santo Domingo de los Tsachilas (Ecuador)…
Ci racconterebbero di Simon Bolivar,  del  suo ascendente ancora vivo, ancora forte. Il Libertador, questo il nome con il  quale il generale Venezuelano è passato alla storia per aver sconfitto e cacciato gli spagnoli dal continente, è l’uomo più conosciuto dell’intero Latino America
Bolivar è il simbolo della rivalsa, il simbolo dell'ideale trasformato in realtà, portare della verità espressa ai giorni nostri dal gruppo musicale "Calle 13" nella canzone LatinoAmerica

Questo è un continente dove si respira lotta!


Ci parlerebbero di comunismo. Di un comunismo maturo e lontano dalle inflazionate simbologie occidentali. La gioventù comunista dell’Ecuador, così recita la scritta, e più in basso vediamo tre figure. Manuel Marulanda, fondatore delle FARC, forze armate rivoluzionarie colombiane. Fidel Castro indiscusso comandante e guida della rivoluzione cubana e Vilma Espin, donna, guerrigliera, eroina negli  stessi giorni che hanno reso immortale Ernesto  Guevara  ma aimè figura troppo spesso dimenticata 


Ci parlerebbero di punti di vista diversi. Di un mondo visto senza il filtro dell’eurocentrismo e dell’etnocentrismo tipico di chi, come molti di noi, è stato abituato ad ascoltare solo una parte della storia. Rivendicazione di un’ alterità degna di esistere almeno tanto quantol’identità Occidentale. Accusa non troppo velata di prevaricazione costante, subdola e coercitiva. Simbolo del risveglio di una coscienza collettiva che con la “cura” Correa, presidente in carica dal 2007, sembra portare all'allontanamento definitivo dal colonialismo peggiore, quello culturale, quello mentale, quello che rende schiavi anche se non si portano le catene.  Un Sud America rovesciato (rispetto alle consuetudinarie mappe) e la scritta, quasi fosse una incitazione : America, il nostro Nord è il SUD!



Se i muri potessero parlare in a Gingee (India - Stato del Tamil Nadu)…

Ci parlerebbero di  Mohandas Kramchand Gandhi, meglio conosciuto come Mahatma(grande anima).
Nella punta posta all'estremo Sud dello Stato indiano, dove povertà, malattie, siccità e carestie sono all'ordine del giorno, non manca mai il ritratto di Gandhi. Sul muro di una casa  o sul  muro di una scuola (come in questo caso) il richiamo alla dottrina non violenta è costante. Solo la verità trionferà - o anche - La verità sola trionferà, la frase che in Tamil ( lingua locale) e in inglese si trova scritta sotto il volto di Gandhi. Questa frase è un antico mantra proveniente dalle sacre scritture indù chiamata Mundaka Upanishad e dopo l'indipendenza dell'India, ottenuta grazie agli sforzi del Mahatma, fu adottata come motto della confederazione indiana.





Se i muri potessero parlare a Tunisi (Tunisia)…

Ci racconterebbero che l’impossibile non esiste. Ci direbbero che nel Marzo 2013, tre anni dopo le ribellioni che presero il nome di “Primavera Araba” e che furono la miccia per tutto il mondo Arabo a Tunisi si celebra il primo Forum Internazionale Mondiale dei movimenti sociali: la prima volta in un Paese Arabo.  Il campus dell’università di Tunisi “preso in ostaggio” da migliaia di attivisti, 1200 conferenze tradotte da volontari, in 4 lingue, una settimana di seminari no stop con delegazioni provenienti da tutto il mondo. Cortei, dibattiti, voglia di cambiare le cose, voglia di esserci, voglia di testimoniare l’impossibile.

Se i  muri potessero parlare a Ciginj (Slovenia)…
Ci racconterebbero tre storie che si sovrappongono. Ciginj fu Italia, poi Jugoslavia ed ora Slovenia.
Ciginj, piccolissimo paese di montagna, frazione del comune di Tolmin, alta Slovenia,  confine con l’Italia. Questo agglomerato di case si trova a pochissimi km da Caporetto,  famosa località resa nota per i tragici fatti del 1917. Sui muri di questa casa che sembra sfuggire alle leggi del tempo, si sovrappongono parole, storie, epoche. 

Lo stucco permette appena che possano affiorare nell'ordine: una strofa poetica, in italiano, dedicata al valore degli alpini che in quelle valli combatterono; un inno, dipinto con un  rosso acceso, dedicato alla grandezza di Tito e della Jugoslavia e infine alcuni segni convenzionali del nuovo municipio di Tolmin che consegnano l’edificio alla “nuova” Slovenia e alla Comunità Europea.


Prestiamo molta attenzione la prossima volta che vi troveremo davanti ad un muro, potrebbe avere molte cose da dirci...


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Ecuador un anno dopo



E' già passato un anno, anzi qualcosina di più. Il tempo è volato come spesso si dice, ma nonostante sembri una frase inflazionata devo ammettere che è proprio stato così.
Ho imparato così tanto durante questi mesi, innumerevoli ormai sono le cose che vivo come "normali"ma che solo qualche mese fa riempivano i miei occhi di meraviglia oppure mi infastidivano. Ho vissuto nella foresta amazzonica per circa 8 mesi e altri 4 li ho passati in una città che è terra di mezzo tra le alte montagne della Sierra e le coste del Pacifico.
Cercherò in queste poche righe di trasmettervi pregi e virtù dell'Ecuador che così benevolmente mi ha accolto tra le sue braccia
Premetto che farò qualcosa che solitamente non mi piace ma questa volta è necessario: generalizzare.

Alcune parole potrebbero sintetizzare bene tutto questo: accoglienza, folklore, burocrazia, semplicità, natura e mezzi di trasporto.

ACCOGLIENZA 

Iniziamo con  l'accoglienza ovvero con la sensazione che mi ha pervaso fin dai primi giorni e che ancora mi accompagna nonostante sia passato un anno. Mi risulta davvero difficile poter descrivere la pura benevolenza con la quale nella maggior parte casi sono stato trattato in questo Paese. Mai uno sgarbo, mai un insulto, mai una lite. Compagni di lavoro che si trasformano in amici, fratelli, insomma in famiglia. Non esistono barriere linguistiche, etniche o sociali. Soprattutto  nei mesi passati in Amazzonia, le notti trascorse nella selva, gomito a gomito, i bagni nei torrenti ghiacciati, i lunghi viaggi in canoa e le piccole o grandi disavventure, hanno forgiato dei legami che vanno al di la del tempo. Sono stato due volte in affitto e tra poco cambierò nuovamente casa per trasferirmi a lavorare a Quito, la Capitale. Anche qui devo ammettere di aver trovato  proprietari di casa splendidi, sempre pronti ad aiutare, a capire le diverse esigenze, discreti ma presenti, insomma molto più di quello che mi aspettassi.


Compagni di viaggio

FOLKLORE 

Non voglio peró essere sdolcinato quindi passerò alla seguente parola, inizierò a parlarvi del folklore.
Molte sono le cose che rientrano in questa categoria. dalla cucina ai costumi locali, dalle feste alle tradizioni pagane che spesso si mischiano a quelle della Chiesa Cattolica.
Non vi annoierò con un elenco che potrebbe essere infinito, mi limiterò a trasmettervi quello che ai miei occhi è apparso fin da subito molto strano, diverso.
Per prima cosa i bambini. Tanti bambini. Non ero abituato, non sono abituato ad essere circondato da così tanti  piccoli esseri umani. L'Ecuador è un Paese che conta con  una discreta crescita demografica e questo  è ben visibile in ogni angolo  del territorio. Dalle fattorie dell'Amazzonia come negli angoli delle strade dei centri urbani, si può vedere una donna che allatta al seno un bebè o un bambino di due o tre anni,  che secondo i canoni europei sarebbe già svezzato. In relazione ai bambini devo dire che sono rimasto affascinato da quei dettagli che in una Italia passata rendevano felici e meravigliavano i nostri genitori e che qui mi riportano indietro nel tempo. Mi riferisco alle postazioni che distribuiscono caramelle fuori dai negozi, piccoli angoli di piacere per ogni bambino e bambina dell'Ecuador.



Distributore di caramelle
Bambine che giocano  a calcio in una 
comunità di frontiera in Amazzonia




Il cibo in vendita per strada è un'altra costante. Dagli spiedini di carne alle polpette di mais ripiene di formaggio, dal delizioso pan di Yuca (manioca in Italia) alle frittate accompagnate da riso e cipolle. Tutto molto sporco ovviamente ma tutto dannatamente vero, vivo e gustoso.


Animali, ovunque. Si può vedere una persona con 10 oche che lo seguono ignare del proprio destino, o contenitori  pieni di pulcini che aspettano di essere comprati nelle stazioni  dei bus. Galline, e galli, una infinità. In Amazzonia ho visto trasportare delle vacche in  canoa legate come fossero salami e sulla costa granchi impacchettati ancora vivi e venduti per strada. I cani randagi vagabondano indisturbati  e qui fanno davvero una "vita da cani". In un anno  credo di aver visto due gatti, non di più.


Granchi impacchettati
Cucciolo lasciato a se stesso in  Amazzonia





Poi ci sono le feste, di continuo,  è sempre festa. Un volta si festeggia la Madonna, una volta un Santo, una volta il protettore della città, un'altra volta un anniversario e un'altra volta ancora una ricorrenza pagana.




Costumi della Sierra
Carnevale


Insomma c'è sempre una buona scusa per ubriacarsi e lasciatevelo dire: gli ecuadoriani bevono!

La religione ( e scusate se la includo nel folklore) è vissuta in modo molto terreno. Gesù è dappertutto e quando dico dappertutto intendo ovunque. Sulle macchine, sulle moto, sui bus, nei negozi, sulle tazze, sulle magliette. In un anno ho visto più volte io Gesù,  di Papa Francesco. Giustamente il mese scorso, un artigiano, che la fondazione per la quale lavoro ha appoggiato, mi ha regalato un braccialetto fatto a mano. Sul braccialetto c'è una scritta: Diego, Cristo te AMA!!!
Non tutti però sono cattolici. Ad ogni angolo c'è una chiesa cristiana diversa, sembrano sette o meglio fanclub di una squadra di calcio. Vengono frequentate da credenti accaniti e pronti a difendere i propri idoli contro le chiese avversarie. La domenica è un concerto continuo, tamburelli, canzoni, grida, balli, insomma se la spassano.  Non ho mai visto una moschea o una sinagoga.
Parliamo ora cibo, ovvero parliamo di RISO. Si perché il riso è dappertutto, onnipresente, non importa che siano le 9:00, le 13:00 o le 21:00, si mangia sempre riso bianco. La cucina non ha molte varianti, la cipolla è usata per fare tutto e in ogni  piatto c'è sempre qualcosa di fritto. Le multinazionali hanno ucciso la cultura gastronomica del Paese e adesso non è neppure più possibile trovare un succo preparato con la frutta, tutto è in polvere.  La Nestlé regna incontrastata.
Nonostante questo posso dire di aver provato il te di foglie di coca, utilizzato per ridurre i gli effetti dell'altitudine. Nel giardino dell'ufficio, quando lavoravo in Amazzonia, i tecnici agricoli avevano piantato due piante di coca  e così questo te delizioso è stato per mesi un ottimo compagno di lavoro.


Te di foglie di coca
Tipico piatto ecuadoriano 
per colazione pranzo e cena


Gli uomini sputano per strada, ogni tanto anche le donne. Se una donna cammina per strada sola molto spesso viene importunata con pesanti appellativi. Questo è un Paese molto Machista con tradizioni che alimentano un sistema egemonico che mira alla disuguaglianza di genere.

Le strade sono molto sporche, non c'è una cultura di gestione dei rifiuti, l'inciviltà in  questo senso regna sovrana. Nessuno sa guidare.
Poi c'è la musica. Si ascolta solo salsa o bachata, di continuo, a qualsiasi ora in qualsiasi posto.
In un anno ho ascoltato di continuo queste tre canzoni, sembra che non ce ne siano altre:












BUROCRAZIA 
Sono nato in Italia e ci ho vissuto fino all'età di 28 anni quindi conosco bene la burocrazia nel nostro Paese ma credetemi se vi dico che non è niente  al confronto di tutte le trafile necessarie ad uno straniero per fare qualsiasi cosa qui in Ecuador. I visti ( esclusi quelli di turismo) hanno dei tempi lunghissimi e delle procedure che farebbero impazzire chiunque. Ho passato 55 giorni aspettando il mio visto di lavoro, che  non arrivava perché il documento A ero incompleto, mancava come allegato il documento B che però per essere approvato necessitava il sigillo C che si otteneva dopo aver richiesto... Tutto così, un inferno. Ho provato poi ad aprire un conto in Banca: 4 MESI.
Lo so sembrerebbe incredibile ma ci sono voluti 4 mesi prima di trovare una banca disposta ad aprire un conto ad uno straniero e a riuscire a mettere insieme i documenti necessari ( vedi trafila visto).
Poi, per una consulenza con  le Nazioni Unite ho dovuto  aprire partita IVA: 3 mesi.
Attenzione, no ci vogliono 3 mesi  per aprire partita IVA in Ecuador perché con la rivoluzione cittadina capitanata dal Presidente Rafael Correa è diventato più tutto più semplice e accessibile a livello burocratico. Il punto è che io sono straniero e nessun protocollo prevede l'utilizzo del passaporto, quindi creavo panico in ogni ufficio pubblico nel quale mi recavo.

SEMPLICITÀ 

Questo è davvero qualcosa che nutre l'anima. In qualsiasi situazione non si crea mai imbarazzo. Il senso di comunione e collettivismo di questo popolo non smette di sorprendermi. La povertà insegna a non fermarsi  ai cerimoniali e qui questo insegnamento  è tangibile. I sorrisi sono gratis ed in Ecuador sembrano saperlo, le persone si salutano, parlano anche senza conoscersi, i  bambini giocano e corrono e anche le cose brutte vengono affrontate con una forza di spirito invidiabile.

E facile riempire l'anima di gioia in questo Paese.


 
Bambini in fila per la colazione


NATURA 
Questa parola sembra forgiata per l'Ecuador, infatti questo Paese è natura. Vulcani, cascate, foresta amazzonica, coste oceaniche, bacini fluviali, riserve come il Cuyabeno e il  Yasunì, tra le più grandi al Mondo.
Sono nato sulle Alpi, in mezzo ai boschi e agli animali, apprendendo fin da piccolo, grazie a mio padre, i delicati equilibri che regolano la natura. Questo è stato fondamentale per andare a fondo e vedere oltre gli occhi  del turista, per capire, per comprendere, per conoscere gli indigeni e apprezzare le loro tradizioni, indissolubilmente legate ai diversi ecosistemi.
La meraviglia però è stata spesso incontenibile, so di essere un privilegiato, me lo ripeto tutti i giorni. Sono consapevole di vivere in un documentario.


 
        Il tramonto sul  fiume Putumayo

 
Cala la notte nelle comunità di frontiera

MEZZI DI TRASPORTO 

Come ho già detto in Ecuador nessuno sa guidare. Questo ovviamente è un mio giudizio personale avvallato però da una notevole lista di esperienze viaggiando su auto, jeep e bus. Per prima cosa il codice della strada, non scritto, dell'Ecuador dice che tutto ciò che si muove è un mezzo di trasporto, ne risulta che si possono trovare ogni classe di veicoli sulle strade. Quando dico veicoli intendo tutto: auto, jeep, moto, carretti trainati da buoi, auto modificate per essere dei piccoli camion, moto modificate per essere piccole auto, cavalli, asini, bus, camion e camionette blindate usate per trasportare denaro.
Insomma un caos. Nessuno ovviamente rispetta le strisce pedonali.
Voglio però soffermarmi sui bus. L'Ecuador è un Paese esportatore di Petrolio e questo garantisce che il prezzo dell benzina sia molto basso. Le persone dunque usano molto i mezzi di trasporto pubblici i cui prezzi sono popolari. Esistono due tipi di Bus,quelli urbani e quelli interprovinciali.
Bus Urbani
Si spostano in città e nelle zone rurali limitrofe ai centri urbani. Non si fermano mai. cosa intento vi chiederete. Intendo proprio che non si fermano, si prendono al volo e si scende al volo come nel film di Fantozzi. Viaggiano sempre con le porte aperte e sembra sempre che abbiano una fretta del diavolo. Sono molto molto molto vecchi, emettono dei fumi di scarico terrificanti, sono sporchi e piccoli. Ancora oggi dopo un anno, almeno una volta al giorno picchio la testa quando salgo su un bus. Gli ecuadoriani sono bassi, molto bassi.


Bus rurali


I Bus accelerano e frenano bruscamente e di continuo, sembra di stare sulle giostre. Non esistono fermate preimpostate, si dice .- GRACIAS - all'autista per scendere e gli si fa cenno dalla strada perché si fermi e ti faccia salire. L'autista quasi sempre  è anche il proprietario del bus lavora con un aiutante che mentre il bus è in movimento si affaccia alla porta e come fosse una filastrocca ripete tutte le destinazioni per attirare possibili clienti.

Bus Interprovinciali
Prima cosa non si arriva mai. L'Ecuador sulla mappa sembra piccolo ma vi posso garantire che ho fatto viaggi di 10 ore in bus senza passare la frontiera. Solitamente i sedili sono scomodi e sporchi ma dopo un po' ci si abitua. Tutte le volte che il bus passa per un villaggio o un centro abitato il conducente fa salire i venditori ambulanti che iniziano a proporre a ripetizione la loro merce: cd di musica, creme, dolci, bibite, pasti da asporto etc...
Il bus è un  luogo caotico, sempre. Il silenzio, questo sconosciuto. Ogni bus è dotato di televisione e per ogni viaggio viene proiettato almeno un film, quasi sempre di guerra o  comunque molto violento. I film sono sempre gli stessi quindi se uno  viaggia spesso è condannato.



Musicisti on the road


Musica e TV on the road

Per la serie: viaggiare comodi


Poi ci sono i bambini. Se un bus e scomodo per un adulto, figuriamoci per un bambino. La coppia ecuadoriana tipo, con due bambini, per risparmiare compra solo due biglietti e i bambini viaggiano in braccio a loro, vi potete immaginare quanto sia comodo. Dunque pianti e strilli accompagnano tutti i viaggiatori. Se poi si ha bisogno del bagno si dice all'autista e lui si ferma sul ciglio della strada e ti indica un fosso, un albero o la foresta. Per le donne, nei bus che percorrono tratte lunghe, è previsto l'uso del bagno in dotazione al veicolo, altrimenti devono aspettare di arrivare ad una stazione di rifornimento. Poi ci sono i cantanti, quelli che salgono sui bus e gli sembra di stare su di un palco. Scherzo, la musica quasi sempre è buona musica però ovviamente non sempre è richiesta.

Per finire ci sono i vicini di posto. Como ho già detto in relazione ad altri temi,la civiltà non è proprio il pezzo forte in Ecuador e il bus è un luogo dove questo si palesa inconfutabilmente. Una volta finito il film l'autista accende la radio oppure mette un cd. Se la musica non è apprezzata da tutti non è difficile vedere qualcuno che usando un cellulare di ultima generazione mette la propria musica a tutto volume, generando un caos indescrivibile. Una volta mi è capito di sentire la musica del bus, e quella di due persone che evidentemente aveva gusti musicali diversi e che sovrapponevano altre due canzoni  a quella proposta dall'autista, vi lascio immaginare la situazione.


Chiudo con questa bella canzone dei Negrita.



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Grazie!

La Fraternità non è un principio, è uno stile di vita!
A  presto, Diego
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