List of 41 websites with International jobs in Development Cooperation and Humanitarian Aid - Page 1



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1 - UNjobs: job vacancies in the United Nations and International Organizations

2 - ReliefWeb: reliable and timely humanitarian information on global crises and disasters since 1996

3 - Trabajo Humanitario: convocatorias y Ofertas de trabajo humanitario en Naciones Unidas, ONGs internacionales y reconocidas para la comunidad Latinoamericana

4 - Developmentaid.org: international development job vacancies, organizations, donors and more.  

5 - DevNetJobs: international development jobs and consulting opportunities


7 - AidBoard: international development jobs

8 - Jobs4Development: international development jobs

9 - Human Rights Careers: NGO jobs, Development jobs, Relief jobs and career, humanitarian relief jobs


11 - Idealist: volunteer, work, intern, organize, hire and connect.

12 - GenevaJobs: jobs and consulting opportunities arising within the international development sector in Geneva, Switzerland and Europe

13 - Devex: international development

14 - Eurobrussels: European Affairs Job website


16 - Coeeci: international jobs in Perù

17 - Jamaity:  La plateforme de la société civile tunisienne

18 - CharityJOB: UK’s the busiest site for charity jobs, fundraising jobs, NGO jobs and not for profit jobs

19 - Dominicana Solidaria: international jobs in Dominican Republic


20 - Impulsar: international jobs in the Dominican Republic

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SANGUE CHIAMA SANGUE, l'Albania della quale non si parla

                              

Non appaiono tra i titoli principali di nessun giornale, nessun telegiornale apre la sua edizione quotidiana parlando di loro, nessun politico si batte il petto e manifesta la necessità di riunioni internazionali per trattare questi problemi. Ma cosa sono ?
Sono le EMERGENZE DIMENTICATE


Ogni giorno nel mondo si consumano fatti atroci, eventi che oscurano la stessa parola "umanità", fiumi sdi sangue  ci ricordano che siamo ancora lontani dal compimento della dichiarazione universale dei diritti umani  per tutta la popolazione del Pianeta. Non tutti questi eopisodi però, ricevono la stessa attenzione. Non tutte queste vite sembrano avere lo stesso valore per coloro che diffondono informazioni a livello globale, per chi prende decisioni a livello politico, per quelli che ci governano e per coloro che dovrebbero agire.

In questo articolo esporrò uno di questi casi,  discuterò di una di queste emergenze dimenticate che si trova appena fuori dell'Unione Europea: in Albania. Prima di tutto è però legittimo e necessario porci alcune domande, le cui  che risposte potranno essere trovate più avanti nel testo:
Cos' è il Kanun?
Che cosa sono le Gjakmarriës?
Nell'articolo che segue si parlerà delle vicende storiche di quella che oggi si chiama Albania, si analizzerà il suo contesto sociale, il lavoro svolto da coloro (pochi) che non hanno dimenticato questa emergenza e dati alcuni dati che ci permettono di misurare con dei numeri le dimensioni di questa tragedia.

Traduzione: Io sono contro le Gjakmarriës

Contesto Storico
Il territorio che oggi forma la Repubblica d'Albania  ha subito nel corso della storia, diverse dominazioni. I primi sono stati i Romani, poi vennero i  Bizantini ai quali fecero seguito varie invasioni barbariche, fino a quando nel 1478 il Principato di Albania divenne parte dell'Impero Ottomano. L'albanese Skanderbeg, eroe nazionale, oppose in quel periodo un feroce resistenza agli ottomani e proprio grazie al suo valore e alle sue vittorie in battaglia, questi ultimi, non furono mai in grado di penetrare l'Europa occidentale attraverso l'Albania. Il 28 novembre, 1912, a Valona, Ismail Qemali dichiarò l'Albania indipendente per la prima volta nella storia, dopo aver sconfitto in battaglia le armate greche e serbe. L'indipendenza però non ebbe lunga vita. Con l'invasione lampo del 7 aprile '39, l'esercito italiano disarmò la debole resistenza albanese quasi senza sparare un colpo. Re Zog, il Re d'Albania fuggì immediatamente in Grecia . Il 16 aprile, l'Albania si fuse con il territorio italiano e Vittorio Emanuele III fu proclamato Re di Albania. La resistenza antinazista albanese fu però in grado di prendere il controllo del paese nel 1944. Va evidenziato il fatto che l'Albania fu l'unico paese europeo in cui tutti gli ebrei furono salvati dalla persecuzione nazista durante l'occupazione fascista. Dal1946 al 1990 l'Albania si isolò dal mondo dovuto alla sua politica anti-revisionista, nazionalista, comunista e stalinista. Enver Hoxha, il dittatore che governò l'Albania dal 1946, morì nel 1985, lasciando il testimone al suo uomo di fiducia, Ramiz Alia. Quest'ultimo, a causa di proteste di massa e del clima politico ogni giorno sempre più turbolento, concesse le  prime elezioni libere  che si celebrarono nel 1991. L'Albania ha avviato la sua l'adesione del programma dell'Unione Europea (UE) e la sua domanda è stata presentata il 16 novembre 2009. Dal 24 giugno 2014, l'Albania è ufficialmente un candidato per l'adesione all'UE. Inoltre, il 4 Aprile 2009, il paese è diventato un membro della NATO.

Mappa dell' Albania
Cos'è il Kanun?
Il Kanun, scritto da Leke Dukagjini, è il codice di comportamento più importante dell'Albania. E 'stato quello che, nel corso dei secoli,  più si è radicato nel costume collettivo tra i tanti codici delle zone montuose dell'Albania.
Le origini esatte del Kanun non sono ancora chiare dal momento che tutti i comportamenti normati al suo interno erano già presenti in Albania nel Medioevo. Tuttavia, grazie alla documentazione storica, possiamo dire che i concetti di vita sociale che formano il diritto civile del Kanun appaiono per la prima volta in forma di libro nel XV secolo per opera di Leke Dukagjini. Da quel momento in poi, il Kanun fu trasmesso principalmente per via orale, di generazione in generazione.
Il Kanun resistette al dominio ottomano ed era ancora attivo nel Paese, quando l'Albania ottenne la sua prima indipendenza nel 1912. All'inizio del XX secolo, Shtjefen Gjeòov, un frate francescano originario del Kosovo, riunì ancora una volta in forma scritta ciò che era stato trasmesso oralmente, viaggiando attraverso i villaggi albanesi. Al termine del lavori, il monaco, raccolse 12 libri scritti in dialetto Gheg della lingua albanese. Il Kanun, che risale al 1400, riprese la sua forma scritta dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha, e oggigiorno continua a codificare e normare  la vita sociale nelle parti più profonde dell'Albania, soprattutto al nord. Tra le altre cose, il codice regola il diritto di vendetta, ciò che sarà discusso più avanti nel testo.
Come già spiegato, il Kanun è stato trasmesso oralmente, principalmente a causa dell'analfabetismo che ha prevalso in tutto il paese. Molti concetti, come l'autorità del genitore, il diritto alla proprietà privata e la sua integrità, il diritto di successione e altri aspetti della vita di famiglia sono stati ricavati dal diritto romano, d'altra parte, il particolare modo di farsi giustizia personalmente sembra  avere origine illirica. Questo fatto dimostra che il codice ha subito anche un'influenza greca, il che  significa che la sua origine potrebbe essere antecente al Medioevo.
Durante la monarchia in Albania, Re Zog, vide  il Kanun come una minaccia per il potere dello Stato e un ostacolo alla creazione di un paese moderno. Anche se ufficialmente abolito, il Kanun continuò a scandire la vita degli albanesi e anche il re stesso fu stato vittima attentati contro la sua vita per condanne a morte basate proprio sull antico codice del Kanun. Con l'istituzione del sistema comunista, che avrebbe cambiato radicalmente l'etica della società albanese, il Kanun  perse forza nella maggior parte dell'Albania, d'altra parte, nel nord, ha resistito fino ai nostri giorni.
Il Kanun disciplina molti aspetti della vita sociale (civile) delle persone che seguono le sue norme di condotta. Quello che analizzeremo in questo articolo  è la vendetta di sangue.

La vendetta di sangue
Il  Kanun regola la vendetta di sangue, antica usanza di origine illirica. Nel codice si stabilisce il diritto di vendicare la morte di una familiare, uccidendo i parenti maschi dell'assassino (fino al terzo grado). La vendetta è considerata  un obbligo, la pena per l'inadempimento di quest'ultima è l'isolamento dalla comunità di apprtenenza. Nonostante tutto è previsto anche il perdono, che può essere concesso dai parenti offesi e si realizza attraverso un rituale preciso. Il perdono è considerato saggio come la vendetta e può essere applicato a qualsiasi membro della famiglia.

Il KANUN
Cosa sono le Gjakmarriës?
Le Gjakmarriës, parola albanese usata per indicare il concetto di vendetta di sangue (sangue letteralmente preso), rimangono una realtà quotidiana nelle zone montuose del nord dell'Albania, in particolare nella provincia di Skhodër (Scutari). In questa parte del paese circa 114 000 persone  vivono due vite parallele. Da un lato vivono e agiscono secondo le leggi moderne della Repubblica d'Albania e d'altra parte sono soggette alla legge ancestrale del Kanun.
Nella cultura albanese, l'onore è considerato come l'elemento costitutivo del rapporto tra l'individuo e la comunità e qualsiasi azione disonorevoli è giudicata alla stregua di un crimine. Secondo il Kanun, il disonore può essere riparato solo con spargimento di sangue o con il perdono concesso tramite un rito di riconciliazione.
Attualmente, il Kanun non è ufficialmente in vigore, ma la tradizione che lo caratterizza continua ad esistere e fondamenta la morale della società civile albanese delle zone montuose, come nel caso di Skhoder. Nel corso del tempo, le regole del Kanun sono state reinterpretate e ora le disposizioni del codice sono degenerate in modo che, in pratica, riflettono la soluzione della  giustizia privata per conflitti interpersonali causati da motivi diversi ( ad es. i confini della proprietà, incidenti stradali, ecc). Il gjakmarrje risultante comporta la comparsa di cicli di vendetta che mettono in pericolo la vita di quasi tutti i membri delle famiglie delle persone il cui onore è stato offeso.
Inoltre, il fenomeno ha portato allo sviluppo di una mentalità in cui l'uomo coraggioso ripara  l'onore oltraggiato attraverso lo spargimento di sangue. Questo punto di vista, seguito oggi da più, ha sostituito la visione tradizionale che considerava il perdono come atto più coraggioso rispetto alla vendetta 
Le conseguenze negative del fenomeno della vendetta di sangue sono evidenti sia per le famiglie in attesa di subire la vendetta, sia per coloro che devono decidere in merito all'esecuzione della stessa. Queste conseguenze includono la mancanza di libertà di movimento al di fuori della casa, dei maschi con un'età superiore ai 14 anni, fino al terzo grado di sangue, rispetto  all'assassino. Questo costringe i parenti dell'assassino a vivere in completo isolamento per anni e anni. È facile capire come le perdite economiche associate con la disoccupazione, i danni fisici causati dalla mancanza di accesso ai servizi medici, il danno psicologico causato dal contesto di chiusura, la paura, la morte e la violenza in cui sono immersi gli individui coinvolti, costituiscano veri e propri elementi di tortura. Dobbiamo anche considerare che l'impossibilità di questi giovani di frequentare la scuola, provoca un aumento del tasso di analfabetismo, insieme ovviamente ad altri problemi come gli  "errori" che si verificano nel tentativo di vendetta e che portano al ferimento o all'uccisione di altre persone.  Inizialmente le donne non erano direttamente oggetto di vendetta di sangue e questo almeno ha dato loro la libertà di movimento al di fuori della casa, luogo neutrale, dove nessuno può consumare la vendetta. Ad ogni modo, l'incapacità degli uomini soggeti a vendetta e costretti in casa, di pote contribuire in qualche modo all'economia della casa, obbliga le donne ad "arrangiarsi" per  fornire il sostegno finanziario della famiglia. Questa condizione di lavoro forzato per le donne, spesso anche in giovane età, provoca l'abbandono scolare anche di queste ultime. Il circolo della povertà e dell'analfabetismo che si ripete senza apparente via d'uscita.  



Le Gjakmarriës in numeri
Alla fine del 2012 furono pubblicati per la prima volta sui principali quotidiani albanesi i dati ufficiali sul fenomeno della faide, dati rilasciati dal Ministero degli Interni. Le cifre parlano di 225 omicidi/gjakmarrjes verificatisi in 12 anni ; 67 famiglie isolate in tutta l'Albania; 33 bambini impossibilitati a frequentare la scuola, di cui 23 solo nel distretto di Scutari.
Secondo le informazioni raccolte dalle ONG che operano in loco, le famiglie delle vittime del gjakmarrjes sarebbero molte di più e sarebbero coivnolte le città di Skhoder, Lezhë, Malesi, Madhe e Tirana. La maggior parte di queste famiglie vive aspettando la vendetta e alcune sono in attesa di capire se la controparte sceglierà se emettere vendetta di sangue o il perdono. La maggior parte di queste famiglie vive in provincia di Scutari, dove i clan coinvolti sono 32.
In un'altra zona montuosa nella città di Tropoja, al confine con il Kosovo, le famiglie coinvolte nel fenomeno sarebbero almeno 20, appartenenti a 12 diversi clan.
I dati forniti dal Corpo di Pace non-violento della comunità Papa Giovanni XXIII, denunciano la partecipazione di almeno 500 persone nel fenomeno della gjakmarriës nella zona di Scutari, Lezhe, Tirana e Tropoja. Parlando della popolazione totale dell'Albania, anche se è difficile contare con dati verificabili, si stima che siano tra 1500 e 3000le  persone che soffrono il fenomeno della vendetta di sangue.
E 'importante sottolineare che l'Albania, dopo la caduta del regime comunista di Dopo la caduta del regime diEnver Hoxha, l'Albania ha subito un notevole emigrazione. Emblematiche, a questo proposito, le immagini dell' arrivo al porto di Bari del peschereccio Vlora, carico di migliaia e migliaia di giovani albanesi, nel 1991. Questa emigrazione non ha prodotto la fine del potere del Kanun ma piuttosto ha permesso che quest'ultimo si installasse in altre parti del mondo. Oggigiorno, il fatto di vivere in Italia, Francia, Spagna, Regno Unito e in altri paesi, non protegge gli appartenenti ai dallle regole e dalgi effetti delle vendetta di sangue.

 Porto di Bari, 1991, arrivo del Vlora

 Porto di Bari, 1991, arrivo del Vlora
La possibilità del perdono
Se è vero che il Kanun continua a giustificare la tradizione della vendetta è anche vero che nello stesso codice si contempla la possibilità di  una riconciliazione non violenta, assegnando apersone chiamate "moderatori" il compito di avviare una soluzione pacifica tra le due parti.


Estratto dall'articolo "La Encyclopédiste" del 22 ottobre 2012

Occhio per occhio: Il Kanun e la vendetta di sangue in Albania


La riconciliazione secondo il codice medievale

[ "Il mediatore di sangue è colui che si sforza di indurre la famiglia della persona uccisa a conciliarsi con l'assassino", dice l'articolo 134 del Kanun. Mandare un mediatore è un diritto e riceverlo  è un dovere.
Perso tra le montagne del nord  vive Sokol Dalja un Bajraktari, parola che identifica i  mediatori, all'età di 78 anni può affermare di aver riconciliato ben 100 famiglie. "Quando cadde la dittatura cominciai a riconciliare, quel lavoro era necessario a causa dell'incredibile aumento delle vendette", dice, mentre tira fuori da un vecchio armadio in legno i certificati delle sue mediazioni.
Sokol è Bajraktari perché ha ereditato questo ruolo da suo padre, ucciso quando lui aveva due anni. A 17 anni, perdonato  la famiglia che aveva ucciso suo padre. "Quando si interiorizza il dolore si può riconoscere il dolore degli altri. Se non si soffre non si può giudicare! ".
Per poter convincere una famiglia "deve essergli vicino, conoscerla e visitarla mille volte", dice Sokol, mentre Alexander Kola, un altro mediatore della città di Scutari, dice che "non vi è alcun periodo di tempo definito, possono trascorrere sei mesi come sei anni. " Infatti durante l'anno 96, ha riconciliato due famiglie in lotta da 83 anni.
Perchè la riconciliazione sia valida deve essere celebrato il "rito di sangue", realizzato a casa del capo della famiglia assassino con la partecipazione di mediatori, parenti e amici. Nel rituale il Bajraktari punge il mignolo dei due capifamiglia, pone un granello di zucchero sulle due gocce di sangue e ognuno dei due deve bere il  sangue dell'altro.
Ad ogni modo, il raggiungimento della riconciliazione non è facile, anche se l'articolo 122 del Kanun dice, "concedere la tregua è un dovere degno degli uomini forti."]


Conclusioni
Dal 24 giugno 2014, l'Albania è un candidato ufficiale all'UE ma nonostante questo non ha sviluppato alcun programma ufficiale, ne a livello nazionale ne internazionale, per porre fine al fenomeno delle gjakmarriës. Il governo albanese fa ogni sforzo per ridurre al minimo i fatti e nascondere i dati reali sulle morti per vendetta di sangue. Dopo la caduta della dittatura comunista, l'Albania ha vissuto un periodo di transizione democratica che non è ancora giunta al termine. L'incertezza della pena e l'inefficacia del sistema giudiziario albanese hanno riattivato e promosso l'uso del Kanun. Migliaia di persone vivono sotto la minaccia della vendetta e decine di migliaia sono a rischio di essere sottoposte a norme del codice. Questa abitudine medievale non sembra voler cedere il passo alla nuova era d'Albania e la popolazione civile del nord, vive in quello che è stato definito da alcuni giornalisti come un: FEUDO DI SANGUE.


Uno dei punti chiave perchè uno stato non fondatore possa entrare a far parte dell'Unione Europea, punto che è un criterio di eleggibilità fondamentale,  è il seguente:



 - Rispettare i valori di cui all'articolo 2 del Trattato di Maastricht e  compromettersi alla loro attuazione, vale a dire: il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza e dello Stato di diritto; rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze; e il rispetto per una società pluralista e la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà e della parità tra donne e uomini.



Tuttavia, secondo questo articolo, l' Albania non soddisfa questa condizione di base d'idoneità e fare leva su questo punto può essere la chiave per poter dare visibilità alla tragedia delle faide e obbligare a il governo albanese a denunciare pubblicamente il problema, prendere le misure ufficiali al rispetto e, se necessario, chiedere aiuti internazionali. Fino ad oggi solo poche organizzazioni non governative hanno dedicato tempo e risorse nell'assistere le vittime dirette e indirette del fenomeno delle faide. Operazione Colomba, una ONG italiana, che dal 2004 è presente in Albania per contrastare il fenomeno delle faide, ha sponsorizzato diverse attività, sia in Italia che nella stessa Albania, per rendere visibile il problema e aumentare la consapevolezza sulle sue conseguenze. Esempio di queste attività è la campagna "Un Popolo  Contro le Vendette di sangue".

Questa campagna, realizzata nel 2015  è la continuazione delle attività di sensibilizzazione a livello nazionale effettuate negli anni precedenti dalla stessa Ong. Le elezioni locali del giugno del 2015 hanno rappresentato l'opportunità di affrontare il complesso problema delle vendette a livello politico, al fine di costruire o facilitare la collaborazione tra le istituzioni e la società civile.
Iniziata il 9 maggio e conclusasi il 30 settembre 2015, la campagna è stata strutturata in due fasi al fine di coinvolgere 162 sindaci e candidati e in un secondo tempo i 61 sindaci eletti. I questionari sono stati somministrati per posta o via  e-mail. In questi ultimi è stato chiesto ai candidati di descrivere l'entità del fenomeno sul proprio territorio, così come le loro intenzioni per l'eradicazione delle vendette di sangue. I dati raccolti hanno permesso la preparazione di un rapporto che indica il grado di partecipazione delle istituzioni locali nella lotta al fenomeno. La relazione finale è stata inviata alle istituzioni nazionali (come il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, Presidente del Parlamento, commissioni parlamentari e avvocati del popolo), e alle istituzioni internazionali presenti in Albania (ambasciate straniere, la OSCE - Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l'UE  e il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite - UNDP) ed ai rappresentanti di varie religioni, come pure i sindaci stessi coinvolti nella campagna elettorale.


Documenti audiovisuali per approfondire il tema




Bibliografia:

Articolo on-line – Albania: la vendetta esiste

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La Fraternità non è un principio, è uno stile di vita!
A  presto, Diego
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Ci ricordiamo cosa disse Tiziano Terzani dopo l'11 settembre 2001?

Dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 a New York, momento storico che tutti ricordiamo e che ha segnato la fine di un'epoca e l'inizio di qualcosa che forse non abbiamo ancora ben capito, in Italia si scatenò un dibattito sull'Islam e sulla sua presenza nel mondo occidentale. Oggi più che mai questo dibattito è acceso e attuale. Gli attentati di Madrid, Londra,  Parigi (due volte), Bruxelle e ora Nizza scuotono l'Europa, colpendo al cuore del vecchio continente. 



In quei giorni di fine estate del 2001, due voci rappresentarono in Italia due visioni diverse del Mondo. Da una parte Oriana Fallaci e dall'altra Tiziano Terzani.

Oriana prese delle posizioni molto dure sull'Islam, chiamando di fatto ad una scontro di civiltà. Le sue opinioni erano condivise da molti e spaccarono il Paese in due. La giornalista di Firenze, stessa città natale di Tiziano, viveva a New York da tempo e l'attentato alle Twin Towers la segnò personalmente. 
Dal canto suo Tiziano, proponeva un'altra visione, quella che io condivido e quello che potete legger qui sotto. 

ORIANA FALLACI
TIZIANO TERZANI
(Leggi "esistono vite che lasciano impronte che resistono al tempo")


Di seguito la risposta che Tiziano Terzani scrisse ad Oriana Fallaci



Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già' grande e tu proponesti di scambiarci delle "Lettere da due mondi diversi": io dalla Cina dell'immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall'America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma e' in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l'impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.



Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. La' morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione.



Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia", scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all'indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui uso' di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell'umanità', un'opera che sembra essere ancora di un'inquietante attualità'.



Pensare quel che pensi e scriverlo e' un tuo diritto. Il problema e' pero' che, grazie alla tua notorietà', la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.



Il nostro di ora e' un momento di straordinaria importanza. L'orrore indicibile e' appena cominciato, ma e' ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità' perché' certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più' bassi, ad aizzare la bestia dell'odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità' delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l'uccidere. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più' difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finché' l'uomo non si metterà' di sua volontà' all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sara' per lui alcuna salvezza".



E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non e' nella tua rabbia accalorata, ne' nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più' accettabile, "Libertà' duratura".



O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo e' mondo non c'e' stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sara' nemmeno questa.



Quel che ci sta succedendo e' nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d'aver davanti prima dell'11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilita' di nulla, tanto meno all'inevitabilita' della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.



Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre piu' tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor piu' determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor piu' terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguira' necessariamente una loro ancora piu' orribile e poi un'altra nostra e cosi' via.



Perche' non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari "intelligente", di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.



Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche - Stati Uniti in testa - d'impegnarsi solennemente con tutta l'umanita' a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilita'. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per se' un'arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l'orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L'arte di non essere governati: l'etica politica da Socrate a Mozart). L'autore e' Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all'Universita' di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff e' che la politica, nella sua espressione più' nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più' profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessita' di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà'.



Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che e' anche una protezione -, lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima città'. La vendetta non e' degli uomini, spetta a Dio.



Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale perché' col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro e' servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità' della violenza che non raggiunge mai il suo fine.



Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e cosi', attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore.



A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle "Tigri Tamil", votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di "Hamas" che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pietà' sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull'isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l'Imperatore. I kamikaze mi interessano perché' vorrei capire che cosa li rende cosi' disposti a quell'innaturale atto che e' il suicidio e che cosa potrebbe fermarli.



Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l'ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio.



Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché' io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà' uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.



Niente nella storia umana e' semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c'e' raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e' il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle e' uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e' l'atto di "una guerra di religione" degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e' neppure "un attacco alla libertà' ed alla democrazia occidentale", come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell'università' di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da' di questa storia una interpretazione completamente diversa. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l'ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l'anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo "contraccolpo" al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.



Il "contraccolpo" dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico".



Cosi' si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.



Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, e' evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'e', a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa e' stata la trappola.



L'occasione per uscirne e' ora.



Perché' non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché' non studiamo davvero, come avremmo potuto già' fare da una ventina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?



Ci eviteremmo cosi' d'essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più' disastrosi "contraccolpi" che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta.



Magari salviamo cosi' anche l'Alaska che proprio un paio di mesi fa e' stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri.



A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull'Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese e' legato al fatto d'essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell'Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l'India e da li' nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall'Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli "orribili" talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si e' impegnata col Turkmenistan a costruire quell'oleodotto attraverso l'Afghanistan.



E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessita' di proteggere la libertà' e la democrazia, l'imminente attacco contro l'Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell'America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell'industria petrolifera con quelli dell'industria bellica - combinazione ora preminentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all'interno del paese, in ragione dell'emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà' che rendono l'America cosi' particolare.



Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l'aggettivo "codardi", usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, cosi' come la censura di certi programmi e l'allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L'aver diviso il mondo in maniera - mi pare - "talebana", fra "quelli che stanno con noi e quelli contro di noi", crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l'America ha già' sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.



Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle "cicale" ed agli intellettuali "del dubbio" va in quello stesso senso. Dubitare e' una funzione essenziale del pensiero; il dubbio e' il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste e' come volere togliere l'aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d'aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.



In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo "ufficiale" della politica e dell'establishment mediatico, c'e' stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l'America ci mettesse gia' paura. Capita cosi' di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan e' un importante simbolo di quell'America che per due volte ci ha salvato. Ma non c'era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?



Per i politici - me ne rendo conto - e' un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più' l'angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà' combattuta in nome di Dio e di Allah. No. Non li invidio, i politici.



Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente.



Ma questo ci impone anche grandi responsabilità' come quella, non facile, di andare dietro alla verità' e di dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America.



Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che e' complicato. Ma non si può' esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità' di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.



Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa e' l'Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l'arabo, oltre ai tanti che già' studiano l'inglese e magari il giapponese?



Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente e', come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.



Mi frulla in testa una frase di Toynbee: "Le opere di artisti e letterati hanno vita piu' lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più' in la' degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più' di tutti gli altri messi assieme".



Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per "gli altri", per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provo' una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufrago' e lui si salvo' a malapena. Ci provo' una seconda volta, ma si ammalo' prima di arrivare e torno' indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraverso' le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c'era ancora la Cnn - era il 1219 - perché' sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell'incontro. Certo fu particolarissimo perché', dopo una chiacchierata che probabilmente andò' avanti nella notte, al mattino il Sultano lascio' che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati.



Mi diverte pensare che l'uno disse all'altro le sue ragioni, che San Francesco parlo' di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d'accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressivita' e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.



Ma oggi? Non fermarla può' voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all'orrore dell'olocausto atomico pose una bella domanda: "La sindrome da fine del mondo, l'alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l'uomo più' umano?". A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere "No".



Ma non possiamo rinunciare alla speranza.



"Mi dica, che cosa spinge l'uomo alla guerra?", chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. "E possibile dirigere l'evoluzione psichica dell'uomo in modo che egli diventi più' capace di resistere alla psicosi dell'odio e della distruzione?" Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c'era da sperare: l'influsso di due fattori - un atteggiamento piu' civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.



Giusto in tempo la morte risparmio' a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.



Non li risparmio' invece ad Einstein, che divenne pero' sempre più' convinto della necessita' del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all'umanità' un ultimo appello per la sua sopravvivenza:



"Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto".



Per difendersi, Oriana, non c'e' bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c'e' bisogno d'ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni.



M'e' sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già' i poteri della preveggenza, "vede" che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell'acqua ad affogare per salvare gli altri.



Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell'incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità' commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?



"Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate", scrive in questi giorni dall'India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell'esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si'.



L'immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del "nemico" da abbattere e' il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell'Afghanistan, ordina l'attacco alle Torri Gemelle; e' l'ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; e' il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero' accettare che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui e' piu' conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci piu' i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?



Questo non e' relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può' esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sara' difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.



I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.



Molto meno convinti pero' sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio e' diffuso cosi' come e' diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra.



"Dateci qualcosa di più' carino del capitalismo", diceva il cartello di un dimostrante in Germania.



"Un mondo giusto non e' mai NATO", c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo "più' giusto" e' forse quel che noi tutti, ora più' che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità' ed ispirato ad un po' più' di moralità'.



La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché' ora tornano comodi, e' solo l'ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.



Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità' internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più' reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato ne' il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, ne' il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L'interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l'utilità' del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sara' presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i "lavoretti sporchi" di liquidare qua e la' nel mondo le persone che la Cia stessa metterà' sulla sua lista nera.



Eppure un giorno la politica dovrà' ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze.



A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città' mi fa male e mi intristisce. Tutto e' cambiato, tutto e' involgarito. Ma la colpa non e' dell'Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città' bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era più' piccola e più' povera. Ora e' un obbrobrio, ma non perché' i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché' i filippini si riuniscono il giovedì' in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione.



E cosi' perché' anche Firenze s'e' "globalizzata", perché' non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.



Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso e' scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch'io non mi ci ritrovo più'.



Per questo sto, anch'io ritirato, in una sorta di baita nell'Himalaya indiana dinanzi alle più' divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, li' maestose ed immobili, simbolo della più' grande stabilita', eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo.



La natura e' una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più' grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più'. Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passera' anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.



Perché' se quella non e' dentro di noi non sara' mai da nessuna parte.


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Grazie!


La Fraternità non è un principio, è uno stile di vita!
A  presto, Diego
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