KIRIBATI sarà la prima nazione di rifugiati climatici?

Se pensate che il cambiamento climatico non sia vero o che comunque non sia qualcosa di urgente e che ci preoccupa nel quotidiano, vi consiglio vivamente di leggere questo articolo. Il cambiamento climatico non è un fenomeno che vivranno le generazioni future, non sarà solo una pesante eredità che lasceremo a chi vivrà su questo Pianeta dopo di noi ma bensì qualcosa con il quale stiamo già facendo i conti.

Conoscete il caso di Kiribati? 

La Repubblica di Kiribati sta sperimentando un effetto che i locali chiamano " baki-aba" che si truce con "fame di terra"; questo si deve al fatto che la popolazione aumenta mentri gli atolli si rimpiccioliscono. 



Le isole che scompaiono

La marea continua a crescere nella Repubblica di Kiribati, costituita da una insieme di atolli di corallo nel mezzo dell'Oceano Pacifico, situazione che la colloca nella Top ten delle isole che rischiano di scomparire a causa del cambiamento climatico. 

Le nazioni insulari del Pacifico rappresentano alcuni dei punti più vulnerabili della Terra rispetto al cambiamento climatico . Secondo l'ultimo report del Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC) le piccole isole causano meno dell'1% delle emissioni mondiali di gas che producono l'effetto serra, però sofforno in maniera sproporzionata l'aumento delle maree, la siccità e gli uragani causati proprio dallo stesso effetto serra. 



Gli effetti del cambiamento climatico si stanno facendo sentire con forza in queste isole, che si elevano solo di pochi metri sul livello del mare. Inoltre, mentre gli atolli si rimpiccioliscono "mangiati" dall'acqua, la popolazione di Kiribati continua a crescere. 

Ad oggi, i piccoli stati insulari non sono soliti assegnare grandi risorse economiche per sviluppare misure di adattamento a questi cambi climatici. Un chiaro esempio di ciò, sono i sacchi di sabbia che troviamo allineati sulle spiagge di Kiribati e le poche misure extra adottate per mettere "in sicurezza" l'unica strada del Paese. 



La nazione deve anche affrontare il problema sempre più frequente della siccità che distrugge i mezzi di sussistenza degli agricoltori.  Man mano che il livello dell'acqua aumenta, i cittadini devono preoccuparsi anche della contaminazione provocata dall'acqua salata delle loro fonti di acqua dolce: fonti che si alimentano esclusivamente con le precipitazioni. 



Siamo dunque di fronte a quella che sarà la prima nazione di rifugiati climatici? 

Nel 2014, Anote Tong, presidente di Kiribati, comprò 20 kilometri quadrati in una isola delle Fiji, chiamata Vanua Levu, convertendo cosi questo acquisto nella prima compravendita internazionale di terra per rifugiati climatici. 

Il problema però è che l'identità delle persone che vivono sulle isole del Pacifico è molto legata ai territori ancestrali e dunque la migrazione risulterebbe essere una grave perdita nazionale e culturale, a maggior ragione se consideriamo che le tradizioni dei persone locali si conservano/tramandano oralmente. Per Kiribati adattarsi al cambiamento climatico potrebbe significare "la totale ricollocazione" in un altro territorio. 




Kiribati si compone da 33 atolli, formati da un vulcano che si inabissò nell'Oceano e formò un anello di corallo. Tarawa Sur è l'isola più popolata, casa di circa la metà dell'intera popolazione di Kiribati (con più persone per Kilometro quadrato che la capitale del Giappone, Tokio). 

L'Ex presidente Anote Tong è partitario di una migrazione "con dignità". Questa politica fu disegnata per offrire ai cittadini gli strumenti che gli possano permettere di "riubicarsi legalmente", trovando lavoro in altre nazioni como Australia e Nuova Zelanda. Tong preferisce questa transizione lenta e strutturata all'alternativa di muovere migliaia di persone in risposta ad una emergenza causata da una catastrofica inondazione o dalla persistente siccità.


Apolidi e senza diritti? 

Le vittime del cambiamento climatico acquisiranno la categoria legale di apolidi con diritti legali "dubbi" e saranno potenzialmente percepiti como "un peso sociale" per qualsiasi Stato anfitrione. Colloquialmente il termine "rifugiato climatico" si utilizza per descrivere qualsiasi persona che abbandoni la sua casa a causa degli effetti del cambiamento climatico: siccità, inondazioni o in generale condizioni climatiche estreme. 

A livello internazionale, il termine non ha però una configurazione legale. Questo significa che i rifugiati climatici potrebbero non avere accesso ai Diritti Umani nel momento in cui debbano emigrare in un'altra nazione. 

Lo status delle persone rifugiate fa riferimento alla convenzione del 1951 ed al protocollo del 1967, una definizione che non contempla ancora il tema climatico. 


Traduzione articolo di Ecoticias.com
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ELLA BAKER, una vita per i Diritti Civili


In questo articolo vi presento la Vita e le lotte di Ella Baker, attivista afroamericana per i Diritti Civili. Grazie Ella per aver fatto della tua vita una missione. Grazie di cuore. 



Ella Baker (13 dicembre 1903 - 13 dicembre 1986) fu una prominente attivista afroamericana del Movimento per i Diritti Civili nelgi Stati Uniti d'America agli inizi degli anni '30. Lavorò insieme ad alvuni dei lider più famosi che lottavano per i diritti umani nel XX secolo, incluso Martin Luther King. 

Lei stessa fu mentora di giovani attivste come Diane Nash, Stokely Carmichael, Rosa Parks e Bob Moses. Nel 1960 organizzò una riunione dalla quale naque il Comitato del Coordinamento Studentesco Non Violento. Inoltre fu la coordinatrice della Freeedom Riders (passeggeri per la libertà) e fu membro della National Association for the Advancement of Colored People e della  Conferenza Sud dell Leadership Cristiana.

Ella Jo Baker nacque a Norfolk, in Virginia, e fu allevata da Georgiana e Blake Baker, i suoi genitori. Quando aveva sette anni, la sua famiglia si trasferì nella città natale di sua madre di Littleton, nelle zone rurali del Nord Carolina. Da ragazza, Baker ascoltava la nonna raccontare storie di rivolte di schiavi. La nonna materna di Ella, Josephine Elizabeth "Bet" Ross, fu minacciata di flagellazione per aver rifiutato di sposare un uomo scelto per lei dal padrone.

Ella Baker
Baker frequentò la Shaw University a Raleigh, Carolina del Nord, laureandosi come valedictorian nel 1927 all'età di 24 anni. Mentre era una studentessa, sfidò le politiche scolastiche che riteneva ingiuste. Dopo la laurea, si trasferì a New York City. Nel 1929-1930 fu un membro del personale editoriale dell'American West Indian News, andando a prendere il posto di assistente di redazione presso la Negro National News. Nel 1930 George Schuyler, all'epoca un giornalista nero ed anarchico (e più tardi un conservatore convinto), fondò la Young Negroes' Cooperative League (YNCL), che cercò di sviluppare il potere economico dei neri attraverso una pianificazione collettiva. Dopo aver fatto amicizia con Schuyler, Baker si unì al gruppo nel 1931 e presto ne divenne direttrice nazionale.

Lavorò anche per il Worker's Education Progress e per la Works Progress Administration, dove tenne dei corsi di base, lezioni sulla storia del lavoro e su quella afroamericana. La Baker si immerse nell'ambiente culturale e politico di Harlem a partire dal 1930. Protestò contro l'invasione dell'Etiopia da parte dell'Italia e sostenne la campagna per liberare gli imputati di Scottsboro, in Alabama – un gruppo di giovani uomini neri accusati di aver violentato due donne bianche.


Fondò, inoltre, il Negro History Club presso la biblioteca di Harlem e frequentò regolarmente lezioni ed incontri annessi alla YWCA. Durante questo periodo, sposò e andò a convivere con il suo fidanzato dai tempi del college, TJ (Bob) Roberts. Stranamente, molte persone non sapevano che si fosse sposata. Gli orari di lavoro li tenevano spesso in disparte e portarono le loro strade a dividersi, con la firma delle carte di divorzio nel 1958. La sua vita ad Harlem era molto eccitante e l'amicizia con lo studioso e futuro attivista John Henrik Clarke e lo scrittore ed avvocato per i diritti civili Pauli Murray durò tutta la vita. Il "Rinascimento di Harlem" influenzò molti pensieri ed insegnamenti della Baker, che sostenne per molto tempo l'azione locale come strumento di cambiamento. La sua enfasi su di un approccio, un po' rudimentale, alla lotta per la parità dei diritti colpì' il mondo intero e fu di successo ed ispirazione per il moderno movimento dei diritti civili.

Ella Baker
Nel 1958 Baker viaggió ad Atlanta per fondare l'ufficio della Conferenza Sud della Lidearship Cristiana (Southern Christian Leadership Conference, SCLC) e per organizzare un programma di registro di votanti. Visse ad Atlanta per due anni e mezzo come direttrice esecutiva della SCLC fino a quando Wyatt Tee Walker prese il suo posto nell'aprile del 1960. Lo stesso anno Baker, convinse la SCLC a che invitasse delgi studenti universitari della Southwide Youth Leadership Conference alla Shaw University per il fine settimana di Pasqua. Durenta questa riunion prese vita il Comitato del Coordinamento Studentesco Non Violento (Student Nonviolent Coordinating Committee, SNCC). Parlò successivamente di  Martin Luther King e James Lawson. 

Il suo discorso "More Than a hamburger" ("Più che un hamburger") poneva di manifesto la necessita di pensare alla discriminazione razziale in termini più ampli. Dopo la conferenza , Baker rinunción alla SCLC ed inizió a lavorare per il SNCC.

Dal 1962 al 1967 Baker fece parte della Southern Conference Education Fund (SCEF) il cui obiettivo era aiutare neri e bianchi a lavorare insieme. Nel 1964 aiutò nell'organizzazione del Mississippi Freedom Democratic Party (MFDP), come alternativa al Partito Democratico del Mississipi. L'influenza del MFDO nel Partido Democratico portò all'elezione di molti candidati neri nel Mississippi e obbligò la Convenzione Nazionale Democratica ad accettare nelle sue fila  delle donne e dei rappresentanti delle minoranze etniche e razziali. 

Ella Baker


Fonte articolo:
Heroínas: link 
Wikipedia: link

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Bambole da violentare. Un nuovo bordello con "donne" di silicone a Madrid

Non è la prima volta che si apre un "negozio" di questo tipo in Spagna, ci provarono già nel 2017 a Barcellona ma venne chiuso poco dopo l'inaugurazione. Stavolta però sembra essere tutto in regola e il titolare  dell'attività "Luxury Agency Dolls",  Sergio Aparicio rassicura sul fatto di possedere una regolare licenza come "Sala da esibizione". Le bambole vengono importate dalla Cina e sono estremamente realiste. Vengono vestite secondo i gusti dei clienti e le tariffe vanno dai 40 euro per 30 minuti fino alle 80 euro per 2 ore di "servizio". Le bambole riproducono tutte lo stesso stereotipo di donna, una bellezza che segue gli standard occidentali imposti dall'eteropatriarcato, sono curate fin nei minimi dettagli e sono "dotate" di 3 cavità di 17 cm ognuna realizzate con silicone chirurgico. 

Dopo avere fatto sesso con la bambola i clienti possono anche decidere di comprarla con prezzi che variano da 1150 a 2000 euro. 



Ora bene, come se tutto questo non fosse già sufficientemente violento nei confronti dell'immagine della donna (che viene disumanizzata e mostrata come  inerme oggetto sessuale), il mercato delle bambole "prostitute" si è spinto oltre. 

Infatti il caso più estremo è Roxxxy, una bambola dalle sembianze umane, completamente snodabile per facilitare ogni desiderio del cliente,  che può essere "usata" anche in modalità stupro. Uno dei programmi installati nella bambola fanno si che il suo corpo si irrigidisca d'improvviso, come se stesse cercando di resistere all'atto sessuale. 


Ecco Roxxxy al AVN Adult Entertainment Expo in Las Vegas


Si potrebbe argomentare che si tratti solo di "un gioco privato", sesso nell'intimità e che quindi ognuno è libero di fare ciò che vuole perchè comunque non fa del male a nessuno: sempre e comunque di bambole si tratta.


E' proprio qui il problema. E' necesarrio ricordare che lo stupro non è un atto sessuale più o meno violento, più o meno consensuale, più o meno feticista: lo stupro è un CRIMINE, è un atto di un delinquente che usa il suo potere fisico (o con armi) per ABUSARE VIOLENTEMENTE e UMILIARE la sua vittima. Lo strupratore non cerca piacere e neanche un orgasmo. Lo stupratore cerca la sensazione di dominio, di potere, di sottomissione della vittima, vuole umiliarla.

Per capirci meglio e rendere ancora di più l'idea. Immaginatevi che un'impresa metta in commercio, per movimenti che difendono la supremazia della "razza bianca", delle bambole robot a immagine e somiglianza di persone di etnia afro che abbassino la testa e sopportino qualsiasi tipo di sopruso, aggressioni, botte, insulti. O magari di bambole con sembianze di persone di etnia araba che potranno essere umiliate senza che oppongano resistenza e ricevere tutte le torture che il cliente vorrà infliggere loro. 
Sarebbe uno scandalo non credete? 
E allora perchè questo non lo è?

Perchè esiste una bambola con la funzione "stupro" incorporata? 
L'ultima domanda, quella terrificante, è la seguente: un uomo che prova piacere penetrando una bambola in modalità "stupro" como si comporterà con le donne nella realtà? 


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Storia dell'emigrazione italiana - 12 video per riflettere su chi siamo e da dove veniamo...

Un articolo - cineteca che ci offre uno spaccato di quella che è stata la grande emigrazione italiana. Per sapere dove andiamo e chi siamo è necessario sapere da dove veniamo e mai come oggi la memoria storica dell'Italia migrante deve essere conservata e diffusa. 




L’italia è stata per 140 anni terra di emigrazione e quasi nella totalità di emigrazione “economica”, persone cioè che lasciano la loro terra natia per cercare fortuna e scappare dalla povertà. Il fenomeno fu di tale portata che cambiò per sempre la società italiana e quella internazionale: secondo una stima di diversi studi sull’emigrazione italiana, sono stati circa 30 milioni gli italiani emigranti tra il 1876 e il 1970 e circa 80 milioni sono gli oriundi nel Mondo (coloro cioè che hanno almeno un antenato italiano). L’emigrazione italiana è un fenomeno complesso e dai numeri enormi, ma che ha delle caratteristiche comuni in tutte le sue diverse fasi temporali. Per convenzione, gli studi prendono come anno zero il 1876, quando la Direzione Generale di Statistica pubblicò il primo studio sull’emigrazione. Il flusso di italiani in partenza per Paesi stranieri ha registrato un’inversione di tendenza dopo il 1970, quando i movimenti diventano più interni (da Sud a Nord) e quando iniziano ad arrivare i primi stranieri, ma senza mai fermarsi del tutto. 



L`Italia di fine ottocento

Le unità della serie “Storie dell’emigrazione”, realizzata nel 1972 dal regista Alessandro Blasetti, alternano immagini di repertorio e filmati, originali o girati appositamente, tutti intesi a illustrare momenti, personaggi, storie vere riconducibili ai diversi periodi dei flussi migratori della nostra gente dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento. A completare il quadro, sono inserite anche interviste a personaggi della cultura italiana, protagonisti oppure testimoni di eventi legati al fenomeno dell’emigrazione. Dal 1876 ad oggi sono espatriati venticinque milioni di connazionali. La prima ondata migratoria era partita dal Nord, a causa della grave crisi agricola. Con l’inizio dell’industrializzazione in queste zone, comincia la grande emigrazione dal Sud Italia, vessato da anni di malgoverno e tirannide dei Borboni. Dopo la vittoria di Calatafimi nel 1859, Garibaldi aveva promesso al popolo la concessione di terre demaniali. Ma questa promessa non si realizza: il malcontento cresce al crescere della povertà. Il pittore Carlo Levi, in una testimonianza, ricorda le parole di Francesco Saverio Nitti sulla situazione meridionale subito dopo il periodo borbonico: per sopravvivere, al popolo non resta che la via del brigantaggio o dell’emigrazione. L’unità illustra questi avvenimenti attraverso spezzoni del film 1860, di Alessandro Blasetti (del 1934), un episodio della fiction televisiva Il brigante e una scena del film Il brigante di Tacca di lupo, di Pietro Germi (del 1952).



Emigranti e famiglie 

Avvalendosi di sequenze tratte da film come La terra trema di Luchino Visconti, Il brigante di Renato Castellani e Il cammino della speranza di Pietro Germi, Alessandro Blasetti ricostruisce una “storia della povertà” nell’Italia dei primi del Novecento e dei tentativi di riscatto posti in atto dai protagonisti di tale storia.

Agli spezzoni dei film il regista affianca interviste ad emigrati che testimoniano le pessime condizioni di viaggio che gli italiani partiti per l’America dovevano affrontare.



Emigranti: l'arrivo in America

In un momento storico in cui la trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di accoglienza impone riflessioni inedite a livello culturale e politico, diventa ancora più importante ricordare il nostro recente passato.

L’unità offre uno spaccato della storia dell’emigrazione italiana, di cui tuttavia non si propone una ricostruzione cronologica, ma delle brevi testimonianze. Dopo aver ascoltato le interviste a vecchi emigrati, vediamo il regista Mario Soldati raccontarci dettagliatamente il suo primo viaggio in America, fatto su una nave “della speranza”. Delle vedute di New York e dell`ufficio portuale dove sostavano gli emigrati per controlli sanitari e di polizia, prima di approdare al Nuovo Continente, precedono alcune sequenze tratte da un episodio di Appena sbarcati, una vecchia fiction TV sulle condizioni degli emigrati appena giunti in America.




Emigrazione contadina: l`abbandono della terra

In questa unità didattica il fenomeno dell’emigrazione viene indagato a partire dalle cause e dai risvolti dell’abbandono delle terre da parte dei contadini del sud Italia.
Come testimoniano le interviste e i filmati, chi partiva verso il nord della penisola in cerca di fortuna non trovava un clima tutt’altro che accogliente e chi, povero e non istruito, veniva indotto a sognare l’America, diveniva facile vittima di truffe e raggiri.

Emblematiche le scene dell’amaro Il lungo viaggio, tratto dall’omonimo racconto di Leonardo Sciascia: dopo molti giorni di viaggio in mare, nascosti sotto coperta perché “clandestini”, dei contadini vengono lasciai su una spiaggia della stessa Sicilia dalla quale erano partiti. Per affrontare l’alto costo del viaggio ognuno di loro aveva venduto tutti i propri averi.



Contadini o emigranti negli anni Settanta

Il filmato, tratto da una serie di documentari realizzati nel 1972 dal regista Alessandro Blasetti, fornisce un valido contributo all’analisi dell’emigrazione dal meridione verso le città del nord Italia.
Viene scelto come paese campione del fenomeno, Frigento, un piccolo centro dell’Irpinia. Testimonianze di contadini e familiari di emigranti descrivono la realtà locale antecedente al flusso migratorio.

Le affermazioni raccolte al nord evidenziano quanto siano radicati i preconcetti contro i meridionali.



Agricoltura: l`emigrazione e il Mezzogiorno

Nel primo decennio del XX secolo, i flussi migratori verso il continente americano coinvolsero principalmente i contadini dell’Italia centrale e meridionale, provenienti da una miriade di piccoli paesi in cui si era formata un’economia chiusa e a carattere familiare, con ben poche prospettive di sviluppo.

Nei paesi d’origine, la minore presenza di manodopera determinò un aumento dei salari, e le rimesse degli emigrati migliorarono le condizioni di vita di chi rimaneva.



Veneti in Brasile 

Avvalendosi di materiale d’archivio, l’unità propone un documentario sull’emigrazione veneta in Argentina e in Brasile negli ultimi tre decenni dell’Ottocento.

Le condizioni in cui vivevano i contadini nella seconda metà dell’Ottocento emergono dagli atti dell’inchiesta Jacini del 1877, una delle due inchieste sull’agricoltura promosse dal parlamento italiano negli anni compresi tra l’unità nazionale e la prima guerra mondiale. Le singole storie sono affidate alle numerose testimonianze epistolari. Si tratta di storie che, pur nella irriducibile diversità delle esperienze e dei destini dei loro protagonisti, sembrano avere spesso come denominatore comune la speranza tradita di una vita migliore. Della nostalgia e delle disillusioni dei contadini partiti per la loro “terra promessa” si nutrì la retorica dei letterati, come De Amicis, e dei politici del tempo. Per esemplificare l’ipocrisia di questi ultimi, l’audiovisivo riporta parte del discorso tenuto in parlamento nel 1882 dall’allora presidente del consiglio Agostino De Pretis.


L`emigrazione in America: la questione meridionale 

Il filmato, tratto da una serie di documentari realizzati nel 1972 dal regista Alessandro Blasetti, fornisce un valido contributo all’analisi dell’emigrazione meridionale verso l’America. 

L’unità contiene un episodio del film televisivo Il lungo viaggio, tratto dai Racconti di Leonardo Sciascia. Dopo aver assistito all’accurata ricostruzione della truffa a carico dei poveri siciliani, è lo stesso Sciascia che racconta l’origine di quell’episodio, accaduto nel secondo dopoguerra e inserito nel suo libro.


Il razzismo contro gli italo-americani

Il regista Alessandro Blasetti (Roma, 1900-1987) firma questo contributo sulla storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti. Le testimonianze dirette di alcuni italoamericani documentano le prime difficoltà incontrate: alle condizioni di disagio materiale si univano le discriminazioni, anche in forme istituzionalizzate.
Lo scrittore Giuseppe Prezzolini (Perugia 1882- Lugano1982) riporta i fatti dell`eccidio di New Orleans (1891), nel quale undici italiani, ritenuti colpevoli dell’omicidio di un poliziotto irlandese, pur assolti dalla giustizia ufficiale, furono trucidati dalla folla.
L’audiovisivo si conclude con una rievocazione del martirio degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (1927), condannati a morte per rapina dopo un processo che fece molto discutere. Toccanti le scene finali tratte da Sacco e Vanzetti, film di G. Montaldo del 1971.



Il proibizionismo in America 

Il proibizionismo, inaugurato negli Stati Uniti nel 1920, inaugurò anche un’epoca di produzione e contrabbando di alcol, attività illegali controllate da grosse organizzazioni malavitose capeggiate da gangster, molti dei quali di origine italiana.
Il giornalista Gian Carlo Fusco riuscì ad intervistare Willy Cecere e altri, espulsi dagli Stati Uniti nel primo dopoguerra come “indesiderabili”.
L’audiovisivo si conclude con l’episodio Il gelataio, tratto da Gli indesiderabili di Gian Carlo Fusco.



Emigrazione nel dopoguerra

l Nord Europa, ma non solo: il sogno di un lavoro per migliaia di italiani all’indomani della guerra. Un desiderio di lasciarsi alle spalle la povertà e le devastazioni favorito anche dal governo. Durerà dal 1946 al 1973 quando, per la prima volta, il numero degli italiani che tornano in patri supera quello degli emigranti. 

Si comincia dal maggio del 1946: l’accordo commerciale tra Italia e Belgio, il primo dei molti siglati anche per aiutare l’emigrazione e il lavoro degli italiani all’estero. “L’emigrazione – dice la professoressa Salvatici - è funzionale alla disoccupazione, la alleggerisce. E poi ci sono le rimesse, che sono sempre state un elemento importante dell’emigrazione e a livello della percezione collettiva sono state molto studiate. Elemento importante nel secondo dopoguerra è che il governo ne è consapevole, promuove e cerca di controllare il processo di migrazione”.

Si tratta, però, di situazioni che celano anche molte ombre sulle condizioni di lavoro e di discriminazione. Una realtà che gli accordi di Roma del 1957 – dove si prevede, tra l’altro, la libera circolazione delle persone in Europa – non cambiano di molto.

Ma si continua ad emigrare, anche oltreoceano, fino all’Australia. A volte clandestinamente. “Duecentomila lavoratori italiani – aggiunge la docente -  vanno in Australia dove c’è un’economia che non è nemmeno paragonabile all’economia postbellica italiana. Ma il grande mito resta l’America”.

E c’è, poi, l’emigrazione nel nord Italia negli anni Sessanta. Così, soprattutto il Sud, si svuota e ci sono casi emblematici come quello di Frattura, in Abruzzo, dove – nel 1965 – vivono solo donne, in attesa del ritorno dei mariti.

Ma c’è un altro aspetto, meno conosciuto, raccontato da “Il Tempo e la Storia”: quello dei lavoratori specializzati che dal nord Italia si spostano verso i nuovi poli industriali del Mezzogiorno. “Si sviluppa – conclude Silvia Salvatici - una manodopera qualificata: i colletti bianchi che vanno a lavorare nei grandi poli industriali del sud. Questo impedisce il processo di crescita professionale di manodopera locale e quindi un'incapacità di questi poli industriali del sud di promuovere una crescita territoriale e sociale”.



Vietato agli italiani 

Un video da vedere, parole che fanno riflettere. Ognuno tragga le sue conclusioni. Servizio di Tv7 del 10 giugno 1963 a Norimberga. 

"Come accettare quella frase: meglio un bel processo che un bel funerale. Questi operai sono lontani da casa, in un paese troppo diverso dal loro. Guadagno poco e risparmiamo moltissimo. Lavorano per vivere e vivono in una baracca dovve in una stanzetta dormono e si fanno da mangiare 6 persone. Quando escono per svagarsi non possono freuqnetare altro che locali di infimo ordine. Ma perchè ignorano che la legge li protegge? che i guai si possono e si devono evitare, specie in un paese straniero? Per i meno preparati è facile la tentazione di tirar fuori il coltello, per difendersi e per difendere i loro prestigio (come dicono).




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Ada Hegerberger vince il Pallone d'oro 2018 però il presentatore è interessato solo a come sa muovere il suo sedere.


Potrebbe sembrare un siparietto divertente... Potrebbe ma non lo è. Anzi. È un momento orribile, triste, offensivo, e che riduce ancora una volta la dignità di una donna al suo corpo e a quello che sa fare con lo stesso per far piacere agli uomini.



Nella vetrina più importante del calcio internazionale finalmente (dopo solo 60 anni!) si da spazio al calcio femminile. Oltre a Luka Modric che risulta essere il calciatore premiato con il Pallone d'Oro in questo 2018 , troviamo la calciatrice norvegese Ada Hegerberger sul podio più alto di questa competizione.

Per la prima volta dunque si decide di premiare la calciatrice migliore dell'anno con un pallone d'oro. Ma che succede durante la cerimonia?
Succede che non importa che Ada stia ricevendo un premio che è il più importante che si possa vincere a livello individuale nel suo sport. Non importa che a soli 23 anni abbia vinto la Coppa dei Campioni con la sua squadra attuale (l' Olimpico di Lione) e che abbia segnato 31 gol in 29 partite questa stagione. E non importa neanche con la sua nazionale abbia segnato 66 gol in 48 partite.
Quello che realmente IMPORTA e che è lecito domandare a una campionessa come Ada,  nel più importante scenario calcistico esistente, quello che risulta essere trascendentale conoscere per gli uomini interessati a questo sport e per le donne (magari in cerca di una referente in questo sport a maggioranza maschile) come riassunto della sua carriera e se lei sa "Perrear" (muovere il sedere quando balla).

Video dell'accaduto.

Anche il giornale che pubblica la notizia non è da meno. Scrivendo "una donna vince" come se lo avesse vinto una donna qualsivoglia, senza nessuna preparazione ne talento. Immaginatevi il titolo del giornale in versione machile... "Un uomo vince il pallone d'oro", scometto che lo trovereste strano. 




Per concludere vi lascio un riflessione che scrissi alcuni giorni fa in occasione del 25 di novembre e che purtroppo, è collegata a questa vicenda, perchè quella subita da Ada è violenza, e dobbiamo dirlo e denunciarlo. 



Poi ovviamente il protagonista della frase sessista e offensiva si è scusato dicendo che è stato frainteso, certo... Noi uomini siamo sempre fraintesi, in realtà vogliamo sempre dire una cosa differente, siamo gli esseri più incompresi della storia... 

Video delle scuse di Martin Solveig


Da parte mia, vive congratualzioni Ada



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