Sissi e Lucheni: la storia della principessa e dell'anarchico.

“Perché sono anarchico, perché sono povero, perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi” 
Luigi Licheni


Era il 10 settembre 1898 quando Elisabetta d’Austria, passata alla storia come principessa Sissi grazie a una serie di film degli anni ’50, veniva assassinata in Svizzera per mano dell’italiano Luigi Lucheni.

CHI ERA SISSI 

Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach
Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach era nata a Monaco di Baviera il 24 dicembre 1837, quarta dei dieci figli del duca Massimiliano Giuseppe e di Ludovica di Baviera. A differenza di molte altre donne del suo rango, dimostrò fin da ragazza una spiccata sensibilità, e prese ad occuparsi con amorevole cura di poveri e ammalati.
Prima di sposare l’imperatore d’Austria, Elisabetta si innamorò di uno scudiero che morì dopo poco tempo,
lasciandola nello sconforto e nella disperazione più completa, sentimenti che la giovanissima Sissi  riportò in una serie di poesie dedicate al suo amore tragicamente perduto.

Una giovane Sissi
A soli 16 anni divenne imperatrice sposando l’altrettanto giovane Francesco Giuseppe d’Austria, suo cugino, dal quale ebbe quattro figli. Fin da subito il carattere ribelle e anticonformista di Elisabetta diventò un problema per la suocera, l’arciduchessa Sofia, che pretendeva dalla nuora il rispetto della rigida etichetta che vigeva da sempre alla corte di Vienna.
La bellezza dell’imperatrice divenne quasi proverbiale, e fu sempre molto invidiata per la sua posizione sociale e per il suo meraviglioso aspetto. Col passare del tempo, però, proprio il suo aspetto fisico divenne un’ossessione. Sissi se ne occupava con una cura maniacale, arrivando addirittura a mangiare il minimo indispensabile pur di riuscire a mantenere la linea perfetta che aveva da ragazza. La sua bellezza fu in seguito considerata “eterna” solo perché dopo i trent’anni non si fece mai più fotografare, lasciandoci solo i ritratti della sua giovinezza.

Un dettaglio di un ritratto
della principessa Sissi
Come ogni bellissima principessa che si rispetti la sua vita non fu delle più felici. Diversi e gravi lutti famigliari la  colpirono facendola cadere in uno stato depressivo quasi perenne, in particolare dopo il suicidio del figlio ed erede al trono Rodolfo, evento che la portò ad abbandonare la cura del suo corpo e a smettere di indossare i suoi sontuosi abiti. Prese quindi a vestirsi solo di nero e in maniera sobria. Il pensiero del suicidio e della morte come soluzione alle pene terrene si fece sempre più spazio nella sua mente. Essere imperatrice e dover rispettare le rigide regole di corte divennero le sue torture più grandi.
E la tanto agognata morte arrivò proprio il 10 settembre 1898. Durante una visita a Ginevra, la sessantunenne Elisabetta si trovò di fronte l’anarchico italiano Luigi Lucheni che la pugnalò al cuore con uno stiletto. (da www.meteoweb.eu)

NEL FRATTEMPO LUIGI LUCHENI...


Luigi Lucheni nelle immagini
della polizia francese.
Nel 1873 quando Sissi aveva già 36 anni nacque a Parigi, il 22 aprile, Luigi Lucheni. Da quando era venuto al mondo non aveva osservato altro che prevaricazioni e sofferenze, soprusi e vessazioni, prepotenze e botte. Tutte sulla sua pelle e su quella dei poveracci come lui. Figlio di un rapporto proibito tra una bracciante e un proprietario terriero del parmese, partorito in Francia per evitare scandali, abbandonato dalla madre al primo vagito, trascorse gli anni dell’infanzia nell’orfanotrofio Enfants Trouvés  di Parigi. Riportato ancora bambino in Italia fu affidato alla famiglia Nicasi che, desiderosa soltanto di accaparrarsi il contributo statale per la tutela, lo sfruttava ogni oltre misura, trattandolo assai peggio di uno schiavo. Contro questo fato avverso, appena quattordicenne, si diede al vagabondaggio; iniziò così il suo lungo viaggio in giro per l’Europa. A lungo manovale, passò in Svizzera e poi tornò in Francia, ma ovunque trovò ad attenderlo soltanto salari bassi, duro lavoro e poco pane.

Luigi Lucheni
Dopo una breve parentesi nell’esercito, che non amava affatto ma pensava potesse tornargli utile per sopravvivere, venne ingaggiato dal suo ex comandante, il principe Raniero d’Aragona. Fu al servizio di questo “nobiluomo” che il giovane Lucheni conobbe l’altra faccia della medaglia sociale. Abituato alla povertà, compagna di tutte le sue peregrinazioni, non riusciva proprio a capacitarsi del lusso, dello sfarzo, dell’ostentazione di cui si faceva vanto il mondo aristocratico. Presto abbandonò l’incarico. Aveva troppa rabbia in corpo e meditava vendetta. Tornato in Svizzera si avvicinò all’anarchia, abbracciando posizioni fortemente individualiste. Deciso a dimostrare con i fatti le proprie idee pensò che un gesto lampante gli avrebbe offerto il giusto palcoscenico per urlare al mondo tutto il suo odio e tutte le sue ragioni. Si munì di una lama triangolare, era troppo povero per permettersi una più comoda ed efficiente pistola. Completò l’arma con  un’impugnatura di legno, e cominciò ad affilarla con cura in attesa del giorno in cui avrebbe incontrato qualche nobile petto.
Il principe Enrico d’Orleans era il pretendente più accreditato ma alla fine toccò alla malcapitata imperatrice d’Austria passare per Ginevra e far conoscenza con il fendente di Lucheni. E pensare che la povera Sissi (con questo vezzeggiativo diventerà famosa grazie al celebre sceneggiato degli anni cinquanta) era tutto tranne che dispotica e senza cuore. Anzi, come riportano i suoi diari, fin da giovanissima ella rifuggiva il ruolo sociale che le era stato imposto e nutriva forti sentimenti di vicinanza verso i suoi sudditi meno fortunati. Se fosse interessata più a migliorare la condizione dei meno abbienti che la sua leggendaria bellezza questo non possiamo dirlo. Come non possiamo affermare con certezza se la regina d’Austria e Ungheria preferiva muovere guerra all’odiata suocera o combattere le ingiustizie. Sicuramente non fu l’avanguardia della restaurazione. Forse malata di anoressia acuta o forse semplicemente inadatta al ruolo che ricopriva, Sissi passò la vita col desiderio di cambiare la monarchia ma finendo per isolarsi dalla corte. Menzionata più per le corse a cavallo, le cure dimagranti, le maschere notturne e le nuove acconciature che per i tentativi di modernizzare il regno austroungarico, l’ex principessa visse i suoi momenti migliori lontano dagli ambienti viennesi.

La notizia riportata
sui giornali dell'epoca
Ma la Sissi che incontrò la morte a Ginevra non era l’imperatrice di un tempo. Era una donna ormai anziana e schiva, conscia della bellezza perduta, distrutta dalla morte prematura del figlio Rodolfo, quella che il 10 settembre 1889 camminava lungo il Quai de Montblanc, verso il molo in cui un battello l’attendeva per salpare. Fu a pochi passi dalla meta che Lucheni sbucò da dietro una pianta e correndo in diagonale si avventò su Elisabetta d’Austria, trafiggendola con un unico colpo al centro del petto. L’attentatore cercò subito la fuga mentre l’imperatrice che era precipitata a terra si rialzava con l’aiuto della contessa di Sztàray. Inizialmente il colpo ricevuto non sembrava averle inflitto gravi danni, tanto che raggiunse il battello sulle sue gambe. Appena salita sul ponte però crollò improvvisamente e in breve tempo perse conoscenza. Il natante che era già salpato tornò al molo e la moribonda fu trasportata di corsa al suo albergo dove nel frattempo erano accorsi i medici. Ogni tentativo di salvarla fu vano, alle 14 e 40 Sissi spirò.

Il beffardo sorriso di Luigi Lucheni
al momento dell’arresto.
Intanto il suo assassino era stato fermato da alcuni passanti e poi preso in custodia dalla polizia. Al suo primo interrogatorio, rispondendo in merito alle motivazioni del suo gesto Lucheni rispose fieramente  “perché sono anarchico, perché sono povero, perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi”. Portato dinnanzi alla corte in settembre, a Ginevra, nonostante avesse chiesto di essere processato a Lucerna ove vigeva la pena di morte, fu condannato all’ergastolo.  Passerà dieci anni in prigione senza mai pentirsi, sobillando rivolte e cercando di uccidere perfino il direttore. Morì suicida, o forse no. 
Ciò che è certo fu la decapitazione postuma e la sua testa conservata in un barattolo di formalina.

Ancora oggi si discute se l’assassino di Sissi fu veramente l’atto rivoluzionario di un anarchico convinto, un semplice atto di violenza ispirato dalle ingiustizie del mondo o la brutale aggressione di un uomo psicologicamente labile. Sicuramente è stato il tentativo di passare alla storia operato al tempo stesso da un intrepido sovversivo, un ribelle confuso e un uomo segnato dentro dalla durezza della vita.
Un tentativo indubbiamente riuscito.

Lo stiletto con il quale Lucheni pugnalò Sissi

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I Bellandi, pubblici peccatori e concubini.

Succedeva 60 anni fa, succedeva in un' Italia divisa, succedeva in un'Italia bigotta, succedeva in un'Italia che non c'è piu...?

Mauro Bellandi e Loriana Nunziati

Tratto da un articolo di Repubblica del 3 marzo 1998

E’ difficile che qualcuno si ricordi di un avvenimento che nel marzo del 1958 spaccò l’ Italia in due fronti contrapposti. Da una parte la Chiesa di Pio XII, e dall’ altra lo schieramento laico frustrato e diviso. Chi si ricorda infatti dei coniugi Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, due giovani di Prato, colpevoli di essersi sposati in Comune col rito civile invece che in chiesa con quello religioso? E chi si ricorda del Vescovo di Prato monsignor Pietro Fiordelli che, venuto a conoscenza di quel matrimonio, fece leggere dal pulpito ai suoi parroci una pastorale in cui i coniugi Bellandi erano definiti “pubblici peccatori”, e il rito civile che li aveva uniti “l’ inizio di uno scandaloso concubinato”?

Monsignor Pietro Fordelli
Fu, all’ epoca, un episodio clamoroso. Gli “sposi di Prato” diventarono il simbolo della protesta laica contro le ingerenze sempre più marcate della Chiesa di Roma. Il processo che ne seguì riaprì questioni che si ritenevano risolte con il Concordato e con il famoso articolo 7 votato dalla Costituente con l’ approvazione di Palmiro Togliatti. I più noti penalisti, costituzionalisti ed esperti di diritto ecclesiastico scesero in campo. Pietro D’ Avack e Giacomo Delitala per la difesa degli ecclesiastici di Prato, e Achille Battaglia e Leopoldo Piccardi per conto dei coniugi Bellandi, sfoderarono il meglio della loro dottrina. Per comprendere l’ importanza di una vicenda che appassionò gli italiani è necessario però risalire all’ origine della controversia. Il 12 agosto 1956 il giornale parrocchiale pratese Richiami, diretto da Don Danilo Aiazzi, riprodusse una lettera del vescovo Pietro Fiordelli a lui indirizzata come responsabile della parrocchia di S. Maria del Soccorso. La lettera era intrisa di particolare violenza. 

Cominciava così: “Oggi, 12 agosto, due suoi parrocchiani celebrano le nozze in Comune rifiutando il matrimonio religioso. L’ Autorità Ecclesiastica ha fatto ogni sforzo per impedire il gravissimo peccato. Questo gesto di aperto, sprezzante ripudio della Religione è motivo di immenso dolore per i sacerdoti e per i fedeli. Il matrimonio cosiddetto civile per due battezzati assolutamente non è matrimonio, ma soltanto inizio di uno scandaloso concubinato”. 

Nella frase seguente il tono saliva fino ad arrivare all’ aperta intimidazione: “Pertanto lei, signor Proposto, alla luce della morale cristiana e delle leggi della Chiesa, classificherà i due tra i pubblici concubini e, a norma dei canoni 855 e 2357 del Codice di Diritto canonico, considererà a tutti gli effetti il signor Bellandi Mauro come pubblico peccatore e la signorina Nunziati Loriana come pubblica peccatrice. Saranno loro negati tutti i SS. Sacramenti, non sarà benedetta la loro casa, non potranno essere accettati come padrini a battesimi e cresime, sarà loro negato il funerale religioso. Solo si pregherà per loro perché riparino il gravissimo scandalo”

Una messa al bando dalla comunità cristiana in piena regola. Ed infine, perché la condanna risultasse più forte e totale, la lettera del vescovo terminava con queste incredibili parole che sembravano riesumate dai secoli più bui del Medio Evo: 
“Infine, poiché risulta all’ Autorità ecclesiastica che i genitori hanno gravemente mancato ai propri doveri di genitori cristiani, permettendo questo passo immensamente peccaminoso e scandaloso, la Signoria Vostra, in occasione della Pasqua, negherà l’ Acqua Santa alla famiglia Bellandi e ai genitori della Nunziati Loriana. La presente sia letta ai fedeli”



Il clamore di una vicenda così insolita, e dal sapore di una faida di tempi lontani, fu notevole. Frotte di cronisti si precipitarono a Prato per dar conto di un episodio che travalicava di molto la cronaca cittadina e coinvolgeva migliaia di cittadini che ogni anno celebravano il loro matrimonio con rito civile. Dalle cronache dei giornali risultò che il “concubino” Bellandi era un giovane commerciante, di idee comuniste, che aveva militato con onore nella divisione Arno, comandata da “Potente”, e da Bruno Fanciullacci, medaglie d’ oro della Resistenza. Lei, la “concubina” e “pubblica peccatrice”, era invece una ragazza della media borghesia, proprietaria di un bar, cattolica anche se non molto osservante. La violenta pastorale letta in tutte le chiese di Prato ebbe conseguenze gravi. Il giro d’ affari di Bellandi si ridusse della metà, per non parlare degli insulti, delle lettere anonime, e di un’ aggressione subita da parte di uomini sconosciuti che lo percossero alla nuca, al fianco, alla tempia. La querela dei Bellandi e dei loro genitori contro il vescovo e il parroco di Prato era inevitabile. La causa che ne seguì riportava in discussione i Patti Lateranensi e più in generale i rapporti tra Stato e Chiesa trent’ anni dopo il Concordato. Gli avvocati del vescovo sostennero che il loro assistito, condannando i “concubini”, aveva seguito solo il suo stretto dovere ed adempiuto ad una precisa prescrizione concordataria. Una tesi non condivisa dai giudici i quali affermarono che “con il classificare due persone come pubblici concubini si viene indubbiamente ad offendere la loro reputazione”

Mauro Bellandi e Loriana Nunziati
E che “le leggi della Chiesa non possono contenere norme che autorizzino le autorità ecclesiastiche a ledere un bene del cittadino tutelato dalle leggi dello Stato”. L’ attesa per il verdetto che metteva fine, dopo ricorsi ed appelli, alla vicenda degli sposi di Prato, era vastissima. Il giorno in cui il Tribunale di Firenze – 1 marzo 1958 – pronunciò la sentenza l’ aula era gremita e la piazza presidiata dalla polizia. Dopo dotte discussioni sul diritto canonico e concordatario i giudici arrivarono alla conclusione che il vescovo di Prato, monsignor Pietro Fiordelli, doveva essere condannato a 40.000 lire di multa, e il parroco don Danilo Aiazzi invece assolto per aver obbedito ad un ordine superiore. Una condanna tutto sommato mite e compromissoria che suscitò però nel campo dei moderati e dei cattolici vivissime proteste trasformandosi in un tema elettorale. Il Corriere della Sera, che si era distinto nella difesa del vescovo di Prato, pubblicò un accorato editoriale nel quale si affermava che i difensori dei Bellandi si erano richiamati “volenti o nolenti, a considerazioni proprie del protestantesimo, nella persuasione, così evidente, di offrire qualche arma alla campagna anticlericale promossa dai socialcomunisti in vista delle prossime elezioni”. 

In Vaticano la notizia della sentenza del Tribunale di Firenze provocò un cataclisma. Dal pomeriggio del 1 marzo il primo piano del Palazzo apostolico, sede della Segreteria di Stato, si trasformò in una specie di sala comando operativa. Il pro-segretario Domenico Tarantini denunciò l’ atto illegale della magistratura, gli abusi laicisti, la debolezza del governo. Il sostituto segretario Angelo Dell’ Acqua si preoccupò delle conseguenze internazionali della sentenza. Via radio fu dato l’ ordine di comunicare immediatamente le disposizioni alle Nunziature Apostoliche per organizzare manifestazioni di solidarietà in tutto l’ Occidente col vescovo di Prato. A mezzanotte giunse da Bologna una telefonata allarmante. Informava che il cardinale arcivescovo Giacomo Lercaro aveva ordinato a tutte le parrocchie di tenere per un mese i portali delle chiese parati a lutto e di suonare a morto ogni giorno per cinque minuti. Si stava così creando un’ atmosfera di psicosi che sarebbe esplosa alcune ore dopo in forma drammatica. Era già notte quando fu stilato il primo comunicato ufficiale che rifletteva esattamente lo stato d’ animo della Santa Sede. Diceva tra l’ altro: “Come cattolici e come italiani non possiamo pensare senza fremere che in Italia, come nella Cina comunista, i vescovi vengono condannati”

Arrivò l’ alba. Il primo piano del Palazzo Apostolico era ancora illuminato. Soltanto le luci dell’ appartamento di Pio XII erano spente. La giornata di papa Pacelli era stata piena di amarezze. La condanna di monsignor Fiordelli era stata considerata un vulnus imperdonabile inferto alla Chiesa e quasi un’ offesa personale. A tarda sera, alle 20.30, il Papa era tornato nella sua cappella privata per recitare il rosario. Di là si recò nella camera da pranzo dove, in pochi minuti, consumò un pasto frugale: un brodo, un po’ di formaggio e verdura, un frutto. Il Papa, come suo solito, aveva mangiato da solo: gli facevano compagnia alcuni canarini che per l’ occasione venivano liberati dividendo il pasto con lui. Suor Pasqualina, la fidata segretaria e tuttofare che lo accudiva da trent’ anni fece poi sapere di aver visto il Papa così turbato solo per il bombardamento di Roma del giugno 1943.

Per approfondimenti:

Il matrimonio del diavolo - La Repubblica, 3 marzo 1998

I “concubini di prato” considerazioni giuridiche – Scarica il PDF qui


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Una nuova città-stato per i rifugiati in Europa

Un architetto austriaco progetta e disegna il prossimo Stato europeo: un'isola artificiale per i rifugiati

Articolo originale del El Pais - 29 dicembre 2017 - di Gemma Solés i Coll

Mentre l'Unione europea discute animatamente sulle quote della ricollocazione dei rifugiati e gli Stati Uniti si ritirano dal  Global Compact delle Nazioni Unite sulla protezione dei migranti e dei rifugiati, nasce (almeno sulla carta)  l'Europa in Africa (EIA), un progetto di repubblica indipendente per i rifugiati che cercano di raggiungere l' Europa.

Schizzo della città Stato Europa in Africa.
Per gentile concessione dell'Europa in Africa

EIA, come è nota per il suo acronimo in inglese, vuole essere eretta come un'isola artificiale tra l'Italia e la Tunisia per dare accoglienza e passaporto europeo ai richiedenti asilo. Il progetto, presumibilmente finanziato dall'Unione europea, inizierebbe con los status di protettorato, per poi assumere, in 25
Theo Deutinger
anni,  lo status di città-stato con piena indipendenza per operare autonomamente. Questo progetto dell'architetto austriaco Theo Deutinger insieme allo studio di architetti TD, con sede ad Amsterdam, si ispira a diverse idee precedenti come quella del magnate immobiliare Jason Buzi, che ha già proposto una "Nazione Rifugiata" o il miliardario delle telecomunicazioni egiziano Naguib Sawiris, che ha annunciato un piano per acquistare diverse isole che potrebbero essere allestite per accogliere specificamente le persone in situazione di rifugio.

Il progetto è in corso da due anni e se i piani avranno successo, l'Unione europea affitterebbe una porzione di terra già delimitata tra l'Italia e la Tunisia con un contratto di 99 anni, dove verrà costruita l'isola, che servirebbe come un "nuovo paese europeo". 

Come funziona l'Europa in Africa - EIA
I primi coloni di questa città-stato sarebbero esperti in edilizia, infrastrutture urbane, diritto ed economia e sarebbero incaricati di iniziare la costruzione dell'isola, sviluppando la propria costituzione e attuando accordi che facilitino il commercio diretto con le aziende europee. E sebbene il progetto contempli la possibilità che il nuovo Stato europeo adotti nuovi modelli economici e sociali, i suoi abitanti, i rifugiati, dovrebbero restituire il prestito per costruire l'isola all'Unione europea in un quarto di secolo.

Localización de la isla EIA,
según la web del proyecto de ciudad-Estado.

La prima fase della EIA sarebbe stata progettata per accogliere 150.000 abitanti, con un piano generale che riunisce "il meglio dell'Europa e dell'Africa", come si può leggere sul sito web del progetto, e che sarebbe, secondo il suo stesso slogan, come: "la prima città veramente europea. " La rete urbana prenderebbe come esempio la pianificazione della città del malese di Timbuktu, concentrando le sue infrastrutture sul trasporto pubblico e pedonale, utilizzando  standard europei di costruzione. il Il motore dell'isola sarà l'energia verde ed è stato previsto anche un impianto di desalinizzazione per ottenere acqua dolce dal mare.

Dal punto di vista legale, i residenti di EIA sarebbero cittadini europei e, in quanto tali, potrebbero spostarsi liberamente nel resto dell'Europa, anche se acquisirebbero tale diritto solo dopo essere stati residenti legali dell'isola per 5 anni, speiga l'ideatore del progetto. 

Siamo di fronte a una distopia urbana e umana per fermare la presenza di rifugiati ed emigranti nel vecchio continente?

Nonostante il padre del progetto, l'architetto Deutinger, che ha lavorato sul concetto e la filosofia della città insieme ad un gruppo di studenti dell'Università di Eindhoven, difenda il progetto asserendo che: "EIA non sarà un ghetto perché non sarà recintato" molti esperti hanno già reso pubbliche le loro critiche sulla creazione di un nuovo paese per i rifugiati. Sembrerebbe che EIA sia piuttosto un tentativo di risolvere il "problema dei rifugiati" in Europa, invece di abbordare le cause che fanno sì che le persone debbano chiedere protezione internazionale cercando cosi di risolvere  il vero dramma umano che sta alla base di questa crisi.


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IUS SOLI e IUS SANGUINIS: perchè è cosi importante?

Questo è l' articolo che ho scritto per l'annuario del comune di Gordona (SO),  uscito a dicembre 2017 e scaricabile gratuitamente a questo link. 



Queste espressioni latine definiscono il diritto alla cittadinanza o meglio il  diritto all’acquisizione di una determinata cittadinanza.  Prima di entrare nel  dibattito e prima ancora di cercare di capire cosa significhino in termini fattuali queste due espressioni è però necesario comprendere perchè sia cosi importante acquisire una cittadinanza.  Oggi viviamo in  un  Mondo globalizzato nel quale esiste una intrinseca correlazione di dinamiche economiche, culturali e politiche. Nessuno dei 206 Paesi  che attualmente conformano la totalità del globo può isolarsi dal resto senza subire gravi conseguenze sociali ed economiche e per tanto viviamo tutti quanti in una completa rete di relazioni internazionali e di equilibri di potere altamente instabili e delicati. Nonostante questa profonda interrelazione però gli Stati hanno mantenuto la loro sovranità e sono ancora gli attori principali di quella che in termini tecnici viene chiamata la società internazionale.  Gli Stati quindi sono tuttavia gli attori principali ed all’interno dei loro diversi ordinamenti giuridici si stabiliscono diritti, doveri e obbligazioni dei loro cittadini. Essere cittadini di uno Stato significa dunque avere accesso ai diritti stabiliti nella fonte legislativa primaria di tale Stato ( la costituzione) e anche il dovere di adempiere alle obbligazioni previste dalla stessa fonte legislativa.  Nel momento in cui  ognuno di noi è  venuto al mondo ci è stata assegnata una determinata cittadinanza, elemento primordiale che sancisce la nostra esistenza giuridica all’interno del complesso Mondo appena descritto.  Esistono casi in cui però  questo non avviene, casi cioè in cui  una persona viene dichiarata APOLIDE, cioè priva della cittadinanza di qualunque stato.
Secondo lo Statuto delle persone apolidi delle Nazioni Unite, firmato a New York il 28 di settembre del  1954, un apolide è definito come: “qualsiasi persona alla quale nessuno Stato consideri destinataria dell’applicazione della sua legislazione”
Secondo le stime dell’UNHCR gli apolidi nel mondo sarebbero circa 12 milioni (600 000 in Europa). Al momento le 10 maggiori situazioni di apolidia si trovano in: Costa d’Avorio, Repubblica Domenicana, Iraq, Kuwait, Lettonia, Myanmar, Russia, Siria, Thailandia, Zimbabwe. (Fonte UNHCR).
Secondo quanto detto in precedenza è dunque facile capire che senza cittadinza non si hanno diritti e di conseguenza non si può usufruire della protezione di nessuno Stato. Attualmente solo l’UNHCR , (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) fondata nel 1951 e alla cui guida si  trova attualmente il nostro connazionale Filippo Grandi, si occupa della protezione internazionale delle persone apolide.
Ora che abbiamo definito quale sia la viscerale importanza di acquisire una cittadinaza è necessario soffermaris sul fatto che non tutte le cittadinanze hannolo stesso  “valore”, o meglio sono  “spendibili” nello stesso modo. Sempre secondo il  principio dell’equlibrio di potere economico e politico delle relazioni internazionali nell’attuale contesto mondiale risulta chiaro che il “potere” di una cittadinanza varia in base al potere dello Stato che la rilascia. Per fare un semplice esempio possiamo parlare del diritto/possibilità di migrare.
Ogni anno la società di consulenza canadese Arton Capital elabora il “Global Passport Index”, un indice che classifica la “forza”, o “desiderabilità” dei passaporti di tutte le nazioni del mondo. Al primo posto troviamo Germania e Singapore con i cui passaporti si possono visitare 158 nazioni. Al secondo posto Svezia e Sud Corea con 157 e al terzo posto con 156 nazioni: Danimarca, Finlandia, Italia, Francia, Spagna, Norvegia, Giappone e Regno Unito. Ultimo posto per l’Afghanistan con soli 23 Paesi.

Ecco dunque, nero  su bianco,  una delle implicazioni più importanti derivate dal possedere una cittadinza piuttosto che un’altra. Ovviamente a questo si somma il diritto all’educazione, alla salute,  la libertà di  opinione e di parole,  e cosi via per  ognuno dei 30 diritti umani sanciti nella Dichiarazione universale dei Diritti Umani del 10 dicembre del 1948. Gli Stati adempiono in modo eterogeneo a questa dichiarazione e pertanto  le loro diverse cittadinanze danno accesso molto spesso solo a parte di questi Diritti Umani fondamentali.
Eccoci giunti al momento di toccare il “nodo della questione”. Abbiamo approfondito l’importnanza di ottenere una cittadianza e abbiamo scoperto che non tutte hanno lo stesso “valore”, ora non ci resta che analizzare secondo quali procedure si può ottenere la cittadinanza di un determinato Stato.

Los IUS SOLI, dal latino  “diritto del suolo”, è un'espressione giuridica che indica l'acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.  Lo IUS SOLI è applicato in quasi tutto il continente americano in modo automatico e senza condizioni. (Anche gli Stati Uniti e il Canada  applicanolo lo IUS SOLI). In Europa troviamo che  Francia, Germania, Irlanda e Regno Unito utilizzano una forma di IUS SOLI condizionata che prende il nome di IUS SOLI temperato.

Un dato curioso, sopratutto per noi italiani, è il fatto che los IUS SOLI  abbia origine nell’antica Grecia e nell’antica Roma e che garantiva ad esempio lo status di “cittadino romano” a uomini e donne libere (esclusi gli schiavi), nati in qualsiasi  parte dell’immenso territorio dell’impero di Roma.

In alternativa allo IUS SOLI si trova lo IUS SANGUINIS, altra espessione di origine latina che comporta l'acquisizione della cittadinanza per il fatto della nascita da un genitore o con un ascendente in possesso della stessa cittadinanza.  (La cittadinanza italiana si basa attualmente sul principio dello IUS SANGUINIS)
Come già scritto più volte su questo giornale (Momenti di Gordona 2016 “Una vita da migrante”) e come magnificamente narrato nel libro “Chièra la mi Gurduna - L'immigrazione gordonese in Australia” nel nostro paese l’immigrazione ha giocato un ruolo importante per le nostre famiglie. Come abbiamo visto nel conteninente americano viene applicato lo IUS SOLI e anche in Australia fino al 1986 veniva applicato lo IUS SOLI incondizionato. Questo significa che i  figli e le figlie dei migranti gordonesi nati in America o in Austrialia acquisivano di diritto la cittadinanza del Paese che li ospitava. Potevano quindi fin dalla nascita, ottenere tutti i diritti e el obbligazioni correlate alla cittadianza statunitense, australiana etc.
Oggi il dibattito nato in Italia intorno alla riforma della legge numero 91 del 1992 che stabilisce lo IUS SANGUINIS como il  meccanismo principe per l’acquisizione della cittadinaza italiana è molto acceso.

Attualmente i modi per acquisire la cittadinza italiana sono i seguenti:

Iure sanguinis: per nascita o adozione da almeno un genitore con cittadinanza italiana.

Iure matrimonii:  sposando un/a cittadin/a italiano/a,

Status civitatis: può essere richiesto da una persona straniera dopo un periodo regolare di residenza in Italia di almeno dieci anni, qualora dimostri di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere condanne penali e in assenza di impedimenti per la sicurezza della Repubblica. Per una persona straniera con cittadinanza europea, la permanenza ininterrotta nel nostro Paese si riduce a quattro anni.

Per i nati in Italia: la persona straniera nata in Italia e che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età, che può presentare la richiesta di cittadinanza entro un anno dal diciottesimo compleanno.
In questi mesi nel nostro Parlamento si stanno  vagliando opzioni intemedie como lo IUS SOLI temperato  (IUS SOLI che prevede alcune specifiche condizioni per l’ottenimento della cittadinanza) o los IUS CULTURAE.

Se dovesse entrare in vigore  la nueva legge sullo IUS SOLI temperato   i bambini nati in Italia da genitori stranieri potranno acquisire la cittadinanza italiana se uno dei genitori è titolare di diritto di soggiorno illimitato oppure di permesso di soggiorno dell'Unione Europea per soggiornanti di lungo periodo: in entrambi i casi il requisito è una permanenza di almeno 5 anni.
Lo IUS CULTURAE invece prevede che i minori stranieri nati nel nostro Paese o arrivati entro i 12 anni di età possano diventare italiani dimostrando di aver frequentato regolarmente almeno 5 anni di percorso formativo. Possono essere uno o più cicli scolastici, oppure corsi di istruzione professionale triennali o quadriennali che diano una qualifica. Nel caso sia la scuola primaria, essa deve essere completata
Per aiutarci formare una opinione sul tema credo sia anche necessario considerare gli ultimi  dati ISTAT (l'Istituto nazionale di statistica è un ente di ricerca pubblico italiano):
Al 1° gennaio 2017 i residenti in Italia sono 60 milioni 579 mila (-86 mila sull'anno precedente)
Al 1° gennaio 2017 i cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia sono 3.714.137 (il 6% del totale della popolazione italiana).
Inoltre l’INDIRE  (Istituto Nazionale Documentzione Innovazione Ricerca Educativa)ci offre dei dati fondamentali per capire la situazione dei  giovani stranieri in Italia.
Gli studenti stranieri presenti in Italia nell’anno scolastico 2015/2016 erano circa 815.000 con un aumento di 653 unità rispetto al 2014/2015 (+0,1%). Si tratta di un incremento di entità minima, successivo a un biennio di evidente rallentamento della crescita, al punto da far pensare che il livello raggiunto dalla presenza degli studenti stranieri sia ormai un dato pressoché stabile.

La decisioni che verranno  prese sulla questione della cittadinanza in Italia avranno un  riverbero  importante tanto sulla storia del nostro Paese cosi come nella cultura e nel futuro delle nuove generazioni. Se intendiamo  la cultura come un processo dinamico di arrichimento e interazione tra tradizione e progresso possiamo vedere le grandi opportunità che un’ampliazione del diritto di cittadinanza offre alla nostra identità  nazionale.  Molte voci altresi avvertono  sui rischi che questa amplizaione può portare. Io rimango  dell’idea che non si tratti di  stabilire chi  può avere accesso e meno  al privilegio della “cittadinanza italiana “ ma di compiere un atto dovuto di coerenza intellettuale, di giustizia e di solidarietà umana. Non posso non tenere presente che, per tutto ciò che abbiamo visto in precedenza, dare accesso ad una cittadinanza significa riconoscere il DIRITTO DI AVERE DIRITTI.

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A  presto, Diego
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