Scopri la storia di Martin Zamora: l'uomo che restituisce i corpi dei migranti morti alle loro famiglie

Martín Zamora, proprietario di un'impresa di pompe funebri nella città di Los Barrios, da due decenni identifica i migranti morti nello stretto di Gibilterra e restituisce i loro corpi alle famiglie.

Martín Zamora trasporta (insieme a due uomini9
una bara contenente il corpo di un migrante.
Quando i naufraghi sono migranti, ci sono problemi, dati per scontati per i nativi, che diventano una vera e propria odissea per gli stranieri. Come fa lo Stato ( in questo caso la Spagna) a comunicare alle famiglie che i loro cari sono morti? Come si fa a mettere in moto la macchina burocratica e tutte le sue risorse al servizio dell'identificazione dei cadaveri, per mettere nomi e cognomi ai volti coperti da veli e  rimandare i loro resti in modo che i loro padri e le loro madri possano seppellirli, rendere materiale il loro dolore, vedere la bara, iniziare a elaborare il lutto? Il Mediterraneo, per le famiglie dei migranti, è diventato come le fosse dell'epoca franchista per i parenti degli oppositori al dittatore Francisco Franco. Però c'è chi ha provato a "scavare" questo mare con celle frigorifere e furgoni funebri. 

È il caso di Martín Zamora, proprietario della funeraria Southern Funeral Assistance che ha identificato per due decenni coloro i quali erano stati sepolti in nicchie che recavano la scritta 'Immigrant' o un 'Unknown' e facendo tutto il possibile per riunirli con le loro famiglie.

È così che il telefono di Zamora è diventato una cartografia del crimine contro l'umanità che i paesi europei stanno commettendo contro i loro poveri vicini del Sud: centinaia di fotografie di giovani annegati che cercavano solo un orizzonte più dignitoso per se stessi e le loro famiglie, centinaia di fotografie di ragazzi sorridenti che guardavano con speranza alla telecamera prima di affogare in un mare che, un tempo, era un luogo di incontro, di incrocio e di scambio. Il terminale non smette di squillare mentre facciamo l'intervista: messaggi e telefonate di parenti ansiosi si susseguono uno dopo l'altro cercando di trovare una risposta al loro dolore.

Zamora rifugge il protagonismo, ma in tempi in cui la solidarietà e l'onestà sono criminalizzate, è più che mai necessario rendere visibile che fare la cosa giusta non dovrebbe mai essere stato eroico, che essere umano non dovrebbe mai essere eccezionale.


Martín, come hai iniziato a imparare a identificare queste persone?

Sono venuto da Murcia a Los Barrios ad aprire l'impresa di pompe funebri  nel '98 e poco dopo ci chiamato per andare a "raccogliere" 17 morti vittima di una naufragio di una "patera" nella zona di Tarifa. Ho chiesto alla Guardia Civil, la procedura per idenficarli e trovare le loro famiglie. Mi risposero che sarebbero stati sepolti come "anonimi".   Ho pensato che sarebbe stato giusto trovare le loro famiglie, aoltre al fatto che avendo io appena aperto l'attività questo mi avrebbe generato un reddito. 

Uno dei defunti portava un pezzo di carta con un numero di telefono. Ho chiamato e la persona che ha risposto ha negato che un suo parente fosse venuto su una barca, finché qualche giorno dopo mi ha contattato per dire di sì. È venuto per identificare il corpo e gli ho mostrato anche gli altri ma lui non ne conosceva nessuno. Gli ho chiesto se potevamo viaggiare insieme cercando il resto delle famiglie nella sua regione. Ho chiesto al giudice il permesso di portare i loro effetti personali e cosi viaggiammo per un mese da un villaggio all'altro, mostrando i vestiti, finché non siamo stati in grado di identificarli tutti.

Questo viaggio è stato portato al cinema  dalla regista Chus Gutiérrez in "Return to Hansala", un film che ritrae molto bene lo shock personale che è stato per te la verifica delle condizioni di vita di queste famiglie.

Certo,  iniziai a farlo per affari, ma poi non potei far prevalere la questione del denaro. Ero arrivato lì, avevo visto dove vivevano, non avevano niente, amavano il loro figlio e volevano persino conservare i loro vestiti, ma logicamente non potevano pagare per il rimpatrio. Come potevo, dopo aver comunicato ad un padre che avevo suo figlio in una camera mortuaria, dirgli che non lo avrei riportato a casa perchè non avevano soldi?

In questi vent' anni sei dovuto diventare una specie di detective esperto in identificazioni. Com' è il processo?

No, non sono un esperto All'inizio ho dovuto creare una rete di contatti tra le associazioni di senegalesi, guineani, marocchini ... Informare attraverso i media dei loro paesi che c'era stato un naufragio, mettere a disposizione dei numeri di contatto perchè ci possano chiamare e descriverci  come erano i loro figli. Ora con whatsapp è diverso perché i migranti sono in contatto quotidiano con le loro famiglie. Ma in molti casi le famiglie non sanno che questi ragazzi sono saliti su di una barca o addirittura che sono fuori dal paese, quindi è spesso il nostro compito dover dar loro queste notizie.


E li inizia il processo di identificazione, di ritornare alla dimensione umana a quella frase fatta di "oltre 35.500 migranti" che sono morti nel Mediterraneo dal 1993, secondo la ricerca di rete UNITED. Quali sono i passi che vengono seguiti per l'identificazione?

Dipende se ci sono sopravvissuti che conoscono la persona morta, sia che provenga da un paese in cui abbiamo già una rete e dal giudice. Ci sono magistrati che accettano che  un membro della famiglia che è in Spagna esegua il riconoscimento, individui la sua documentazione e consegni tutte le sue affiliazioni alla Guardia Civil. Altri chiedono che venga eseguito il test del DNA da parenti e morti, e altri richiedono anche le impronte digitali.

Quello che facciamo è localizzare la famiglia nel loro paese di origine, chiedere loro di inviarci la loro documentazione, le foto per rendere l'identificazione visiva - a volte indossano anche gli stessi vestiti con cui sono morti - l'impronta digitale ... Se chiedono la prova del DNA allora il processo è si svolge attraverso canali governativi, da un paese all'altro attraverso l'Interpol.

E quando il corpo non può essere rimpatriato, cosa fa?

Se sono musulmani, proviamo a farli seppellire in un cimitero musulmano, ma per permettere ciò devono essere identificati, perché altrimenti il cadavere viene sepolto nel comune dove si trova.

Psicologi esperti nel lutto come Anna Miñarro credono che il trauma causato dalla catastrofe sociale che si sta verificando nel Mediterraneo tra le famiglie delle persone scomparse sia molto simile a quello causato dalle sparizioni della guerra civile spagnola. Nella tua esperienza, perché è così importante identificare e restituire i resti alle loro famiglie?

Molte persone qui pensano, persino i giudici, che una volta che queste persone sono morte, devono essere sepolte e basta. Queste persone hanno genitori che li amano, che cercheranno di rimpatriarli e seppellirli secondo i loro costumi, come quando un aereo si schianta e facciamo di tutto per riportare in patria i corpi dei nostri connazionali spagnoli. Bene, con loro dovrebbe essere esattamente lo stesso: non sono animali, hanno fratelli, amici e una famiglia che vuole sapere se sono morti, dove sono i loro corpi e recuperarli.

Però, come lei stesso ha detto, non tutti possono affrontare la spesa di rimpatrio. 

Nel caso del Marocco, da alcuni anni è il governo stesso che si fa carico delle spese una volta identificati i corpi. E nel resto delle nazionalità, tranne alcune eccezioni, sono le famiglie e gli amici. C'è una banca del DNA in cui tutti i defunti vengono registrati in modo che se una famiglia non lo ha trovato, possono individuarlo. La cosa difficile è che la famiglia s possa fare il test del DNA. Riceviamo quotidianamente immagini di famiglie disperate che stanno ancora cercando i loro figli, ma con le foto non è sempre possibile individuarli.

Dopo due decenni che recupera cadaveri  prodotti dalla chiusura dei confini dell'Unione Europea, qual è la sua opinione rispetto a questa decisione politica?

Mi sembra davvero molto triste. Il mio punto di vista, anche se non è logico, è che i confini non dovrebbero esistere: siamo tutti uguali e, quindi, dovremmo avere il diritto di andare liberamente dove vogliamo. Non è giusto che io con un passaporto spagnolo possan andare in Marocco ma che loro non possano venire in Spagna. Inoltre, c'è chi dice che se la frontiera dovesse essere aperta, il Marocco si svuoterebbe. Io non la penso così, al contrario: le persone verrebbero, visiterebbero, proverebbero e se non trovassero un lavoro, tornerebbero a casa perché a nessuno piace soffrire le calamità, non avere nulla da mangiare o un posto dove dormire. Il problema è che visto che sono dovuti venire in queste circostanze, non possono tornare a casa per vergogna e perché, ancora una volta, dovrebbero tonarea a rischiare la vita per tentare la fortuna ancora in Spagna.

Poi è anche vero che la maggior parte dei migranti non racconta di quanto vivono male qui ma in fondo era esattamente la stessa cosa che abbiamo fatto noi spagnoli quando eravamo migranti in Germania. Quando tornavamo in visita, noleggiavamo una macchina e venivamo a mostrare quanto stessimo bene mentre invece mangiavamo tutti i giorni patate lesse.

Martín Zamora oggi

Di fronte alla storia che di solito i media raccontano su queste morti, come se fossero un fenomeno naturale, lei che realmente è chi si occupa di questi cadaveri, continua dimostrarsi (fortunatamente) non "abituato" a questi orrori.  Cos'è che continua a sorprenderla a questo punto?


La sofferenza che queste persone attraversano, quella delle storie dietro a ciascuno dei defunti. Ricordo un caso di una famgilia: una coppia sposata, una marocchina e un algerino,  che viveva in Germania, con un buon lavoro e due figlie.  Tutta la famiglia si recò a trascorrere le vacanze in Marocco e, al loro ritorno, portarono il fratello nascosto nella macchina. Dopo aver attraversato lo Stretto con il traghetto, sentirono un rumore provenire dal nascondiglio, lo aprirono e trovarono il ragazzo mezzo asfissiato. Lo portarono in un centro della croce rossa ma morì poco dopo. Immagina il dramma: il fratello morto, i genitori arrestati, le ragazze che piangono quando vengono separate perché vogliono andare con i loro genitori. Quella famiglia ha perso tutto ciò che avevano costruito in una vita di sforzi per cercare di aiutare il loro figlio/fratello.

O il caso di un ragazzo che lavorava nella campagna francese con suo padre e che riesce a racimolare i soldi per far arrivare suo fratello. Visto che lui aveva i documenti in regola, deciso di accompagnare il contrabbandiere con il furgone. Quando passano Algeciras, si rendono conto che le persone che nascondevano nel furgone sono tutte morte asfissiate. A quel punto il trafficante abbandona il ragazzo e si da alla fuga. Lui riesce a tornare in Francia, racconta quello che era successo a suo padre e, nella sua ingenuità, torna a Cádiz per identificare suo fratello tra i cadevari. Racconta tutto quello che è successo alla polizia e, ovviamente, viene arrestato come complice.

Bene, ogni quindici accompagnavo con il furgone della funeraria verso lo stretto in insieme all'anziano padre dei due giovani. ogni volta quando giungevamo li mi faceva tornare indietro. Quell'uomo ormai vecchio e mezzo cieco mi diceva piangendo che non aveva la forza di passare lo stretto e dire a sua moglie che un figlio era morto e che l'altro era in carcere. 

Potrei raccontarti storie di ogni defunto. A vedere i morti, ci si può abituare; la cosa difficile è convivere con la sofferenza, con il dolore delle loro famiglie. Perché poi, ti metti al loro posto, perché hai anche tu figli, genitori, fratelli ...


Articolo scritto da
Patricia Simón
fb:patrisimon
@patriciasimon
redaccion@lamarea.com
Consultabile in spagnolo al qui

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