Non perdetevi - “Allah Loves Equality. Essere LGBT in Pakistan”


In questo magistrale lavoro di denuncia portato avanti dal regista Wajahat Abbas Kazmi, ci troviamo di fronte un Pakistan dalle molte sfumature. Wajahat, attivista per i Diritti Umani premiato nel 2017 dalla Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (CILD)  come“Young Human Rights Activist CILD Award”, da anni vive in Italia ed è costantemente impegnato per i diritti del collettivo LGBT+ a livello internazionale. Asceso alla ribalta delle cronache nazionali per la sua campagna "Allah ama l'uguaglianza", Wajahat, ha deciso nel 2017  di realizzare un film per denunciare la situazione del collettivo LGBT+ in Pakistan. Cosi, con il supporto dell’ associazione Il grande Colibri ed Amensty International Italia, e correndo rischi non trascurabili, ha viaggiato insieme a  Elena De Piccoli per il Pakistan, intervistando vari esponenti del collettivo LGBT+ nazionale e dopo più di un anno di intenso lavoro ci ha consegnato questo straordinario progetto.  Vite in divenire, sentimenti che si intrecciano in una precarietà quasi constante, il pericolo permanente di vedere a rischio la propria incolumità fisica, l’abbandono da parte delle famiglie di origine, la condanna delle autorità religiose, la discriminazione anche nelle strutture ospedaliere, una ricerca costante di uno spazio sicuro e libero. Una vita divisa spesso tra due versioni di sé stessi. Da una parte la maschera da mostrare in pubblico, quella che raccoglie il plauso dei difensori dell’ipocrita decenza imposta dalla società conservatrice pakistana, dall'altra l’identità che uno sente propria, intima, vera ma che si può mostrare solo dentro gli spazi del collettivo.

La comunità LGBT+ deve giustificare la propria esistenza di fronte ad una società conservatrice e repressiva. Ma non sempre è stato così. “Allah loves equality” non è solo la fotografia di ciò che oggi accade in Pakistan ma è anche un viaggio, un cammino che ci riporta alle origini dell’Islam in India, al tempo dei Moghul quando il concetto di sessualità e di identità di genere passava per una concezione più fluida e inclusiva delle diverse realtà umane. Quando la bellezza veniva concepita in modo più amplio e il cross dressing (termine inglese che definisce "il vestire in modo opposto" e identifica l'atto indossare abiti che in un determinato ambito socio-culturale sono comunemente associati al ruolo di genere opposto al proprio) era una elemento quotidiano e non ripudiato. 

Un film che non lascia indifferenti per la sua durezza, per la sua capacità di mostrare senza filtri la sofferenza quotidiana vissuta dalle persone, che con coraggio e dignità, hanno dato la loro testimonianza a Wajahat e alla sua troupe. Dignità è la parola chiave, il filo conduttore di un lavoro cinematografico che se da un lato denuncia la mancanza di accesso ai diritti umani fondamentali da parte di questo collettivo in Pakistan, dall'altra ci mostra un mondo fatto di aiuto reciproco, organizzazione, lotta, resilienza e comunione. La scoperta della  Khawaja Sira per me è stata un elemento di grande sorpresa. Non mi aspettavo di trovare in una cultura, quella islamica pakistana, che si mostra oggi per lo più attraverso i suoi lati repressivi, una struttura di tale forza, di tale impatto.
Non posso che consigliare la visione e la diffusione di questo documento che è già Storia.  Se è vero che ciò che non si comunica non esiste è anche vero che ciò che non ha nome non può essere comunicato. Attraverso questo documentario possiamo e dobbiamo riconoscere e dare un nome, un volto e una dignità alla lotta di sopravvivenza portata avanti con determinazione, coraggio e amore da parte di tanti e tante attiviste fuori e dentro il Pakistan.

Il film, che è stato realizzato grazie a una raccolta fondi online (con un budget di circa 11 mila euro) è stato ufficialmente presentato al Lovers Film Festival di Torino lo scorso aprile, nella giornata conclusiva di quello che è il più antico festival cinematografico a tema LGBTQIA (lesbica, gay, bisessuale transgender, queer, intersex e asessuale) d’Europa. Un riconoscimento importante, più che simbolico, che proietta questo lavoro tra le grandi proposte artistiche in difesa dei Diritti Umani del 2019. 

Wajahat durante una manifestazione mostra il cartello
"Allah ama l'uguaglianza"

Da cittadino del mondo e da attivista per i Diritti Umani dico grazie di cuore a tutti e tutte coloro che con impegno, sforzo e dedicazione hanno reso possibile la realizzazione di questo progetto. Grazie in modo particolare a Ali Saleem, Anaya Sheikh, Khursand Bayar Ali, Bubbli Malik, Qasim Iqbal, Sunny Khan, Jannat Ali , Eshaa Chaudhary e Ali Shakoor per raccontare di fronte alle telecamere le loro esperienze, sogni, paure e ambizioni. 

Come amo ripetere, ricordiamoci che "la Fraternità non è un principio ma uno stile di Vita", concetto espresso in modo magistrale da persone come Wajahat.  



Qui alcune immagini del backstage del documentario prese dal sito web de "Il grande Colibrì"






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Grazie!

La Fraternità non è un principio, è uno stile di vita!
A  presto, Diego



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