Dover abbandonare tutto perchè appartieni al collettivo LGBTI...



Questa immagine è parte della campagna di ONG Rescate che potete consultare qui


Le persone LGBTI (lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersessuali) possono essere vittime di episodi di discriminazione nei loro paesi di origine e molti di loro affrontano persecuzioni e violenza. A causa di ciò, devono spesso abbandonare le loro case in cerca di protezione e di un luogo sicuro: purtroppo però  gli abusi, le discriminazioni e le violenze si riproducono anche nei paesi ospitanti.




Contro questo collettivo vengono perpetrati una serie di specifici atti di persecuzione:

• Detenzione arbitraria per il semplice fatto di essere identificata come persona LGBTI  o in relazione al gruppo.
• Atti violenti, spesso con "intento correttivo": violenza fisica, psicologica e sessuale, elettroshock forzato o terapia farmacologica, ricoveri medico-psichiatrici forzati o chirurgia genitale forzata.
• Sperimentazione medica e scientifica senza consenso.
• Discriminazione sistematica e rifiuto nell'ambiente familiare, lavorativo e comunitario.

Come indicato nelle Linee guida dell'UNHCR riguardo alle richieste di asilo per orientamento sessuale e identità di genere al punto 23, si sottolinea che “le lesbiche, le donne bisessuali e le persone transgender sono soggette ad un particolare rischio  a causa delle disparità di genere che limitano l' autonomia nel prendere decisioni su sessualità, riproduzione e vita familiare ”

Inoltre, le persone LGBTI possono essere bersaglio di qualsiasi forma di persecuzione commessa in nome dell'onore della famiglia e di norme e valori sociali come omicidio, violenza sessuale, violenza fisica, violenza psicologica, tortura e / o minacce.

Per quanto riguarda l'America Latina, regione sulla quale sono specializzato ormai da 8 anni, come ricordavo nell'intervista realizzatami in Italia il 28 di maggio 2020 da Il Grande Colibrí

...generalizzare è molto difficile: la regione sta sperimentando dei progressi in termini di accesso ai diritti civili, sociali, economici e politici della comunità LGBTQIA, ma rimane alto il livello di violenza e discriminazione al quale sono soggette le persone in base al loro orientamento sessuale e alla loro identità di genere. Se da un lato sono molte le organizzazioni e le sigle LGBTQIA che guadagnano spazio e peso nelle eterogenee società latinoamericane, dall’altro i dogmi sociali e gli stereotipi continuano a marcare e marginalizzare la comunità. Ci troviamo di fronte a una trasformazione sociale con diverse velocità e intensità.

Pochi giorni fa si è celebrato il primo matrimonio egualitario in Costa Rica, che è diventato così il primo paese del Centroamerica a riconoscere questo diritto fondamentale: la cerimonia è stata trasmessa sulle reti TV nazionali e sui social network, permettendo di festeggiare questa grande vittoria nonostante la quarantena per il coronavirus. D’altra parte, l’organizzazione Sin Violencia LGBT (Senza violenza LGBT) denuncia la dura realtà di intolleranza e violenza che soffrono i membri della comunità nella regione: gli omicidi tra il 2014 e il 2019 sono stati almeno 1.292, ma molti altri sono rimasti invisibili. Un caso emblematico, che racconto anche nel mio libro, è quello di Marielle Franco, politica e attivista per i diritti LGBTQIA assassinata in Brasile nel 2018. (leggi l'intervista completa a questo link) 




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Cédric Herrou, quando la solidarietà non è un reato.

Articolo originale in spagnolo su: El Diario Solidario


Cédric Herrou è un agricoltore e attivista francese, battezzato dai media come "la ferrovia sotterranea francese" per aver aiutato oltre 250 migranti ad attraversare il confine tra Italia e Francia

Nel 2015 Herrou ha iniziato ad attraversare regolarmente il confine franco-italiano vicino alla sua fattoria per offrire aiuto ai rifugiati che volevano entrare nel suo paese. Nell'agosto 2016, la polizia lo ha arrestato mentre trasportava otto migranti nel suo furgone oltre confine. Dopo aver concluso che l'intenzione di Herrou era umanitaria, il procuratore francese di Nizza ha rifiutato di sporgere denuncia. Dal suo primo arresto, Herrou è stato indagato in diverse occasioni.

Herrou è stato condannato per la prima volta il 17 febbraio 2017 dal tribunale penale di Nizza, per facilitare il movimento, la permanenza e l'ingresso irregolare di rifugiati e migranti nella valle del Roya. Il giovane attivista è stato multato di 3.000 euro. Giorni prima, il 18 gennaio, insieme a suo fratello e una terza persona, era stato arrestato dalla polizia locale  per aver aiutato tre eritrei ad attraversare il confine. Due giorni dopo sono stati rilasciati  senza cauzione. 



PRINCIPIO DI FRATERNITÀ

Il suo caso ha portato a un cambiamento nella legge francese, dopo la revisione da parte del Consiglio costituzionale del crimine di "facilitazione dell'ingresso irregolare" del 6 luglio 2018. L'ente ha stabilito che le azioni di Herrou erano legali, poiché il principio di fraternità nella costituzione francese “conferisce la libertà di aiutare gli altri, per scopi umanitari, indipendentemente dalla legalità della loro presenza sul territorio nazionale ”.

Sebbene la legge includa ora un'esenzione umanitaria, non si applica ai casi di "facilitazione dell'ingresso irregolare "e non richiede che ci siano benefici materiali per l'accusa. "Gli atti di solidarietà continuano ad essere criminalizzati e la legge francese continua a entrare in conflitto con il diritto internazionale, in quanto punisce gli atti di solidarietà", affermano da Amnesty International.

"Il caso contro Cédric Herrou è emblematico di come gli atti di solidarietà siano stati criminalizzati in Europa, quindi la ripercussione della decisione odierna si farà sentire ben oltre questa stanza", ha affermato la ricercatrice di Amnesty International, Rym Khadhraoui.

Alla fine, il 13 maggio 2020, la Corte d'appello di Lione ha ritirato tutte le accuse contro Herrou.

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Io posso rompere frontiere... Dalla Catalogna un invito alla solidarietà e all'azione.


Il cantautore barcellonese Esteban Faro  ha deciso che il messaggio della sua canzone "Trencant Fronteres" (rompendo frontiere) si faccia ecco di più  personalità del mondo della musica. In totale, sono 35 gli artisti  e le artiste che insieme a lui denunciano cantando, le difficoltà incontrate dagli immigrati in fuga da situazioni di estrema vulnerabilità che mettono a rischio la loro integrità fisica e  la loro stessa  sopravvivenza. Un emozionante video collettivo che ci spinge alla  solidarietà e speranza. 



Il progetto "Trencant Fronteres" nasce nel 2017 dallo mente e dal talento di Esteban Faro che decide di volere fare qualcosa di concreto per visibilizzare il lavoro proattivo delgi enti che offrono sostegno e accompagnamento agli ultimi: in questo caso i migranti. Persone vittime di tratta, irregolarità amministrativa, senza accesso al mercato del lavoro, in alcuni casi analfabete... Soggette insomma ad una vulnerabilità intersezionale che li emargina e li condanna. 

Oggi, in questo momento di particolare quarantena e confinamento, Faro ha riunito decine di artisti che hanno pretato il loro volto e la voce per riaccendere i riflettori su quelli che Galeano chiamava "los Nadie de la Tierra". Il nuovo video, che potete vedere a continuazione (cantato in catalano e sottotitolato in castigliano) è stata lanciato in questi primi giorni maggio. Segue il testo della canzone.



Testo della canzone 

Nessuno che si non veda obbligato
vorrebe lasciare la propria casa
accendere il countdown
all'orologio della vita
al volo della libertà

Attraversando l'inferno del nostro mondo
soffrendo le carezze
palpando la nostalgia
vorrebbero trovare
a casa nostra un mondo migliore

Alle volte però
non siamo all'altezza 
di quello che ci viene chiesto
di quello potremmo fare

Non guardiamo da un'altra parte
non è questione di fede
è questione di dignità

Tutto è nelle nostre mani, 
non si tratta di bandiere, di razze o di religioni
si tratta di aiutare a rompere frontiere

rompiamo frontiere quando lasciamo la porta aperta
rompiamo frontiere quando la paura non si impadronisce del mio cuore
rompiamo frontiere quando facciamo un passo indietro
rompiamo frontiere quando mi guardi e mi sorridi

Io voglio rompiere frontiere
Io voglio rompiere frontiere
Io voglio rompiere frontiere
Io posso rompere frontiere


Grazie Esteban e grazie ad oguno ed ognuna delle artiste che hanno partecipato a questo progetto.

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10 crisi umanitarie che rischiano di essere oscurate dal coronavirus secondo le Nazioni Unite




Già prima della pandemia di coronavirus, che si pronostica possa  trascinare milioni di persone nella povertà e nella fame, c'erano quasi 170 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria nel mondo: in questo senso le devastazioni di Covid-19 che hanno colpito così duramente i paesi "ricchi", potrebbero oscurare il dramma che si sta vivendo in molte altre parti del globo. Queste sono le dieci crisi umanitarie che l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) non vuole che vengano dimenticate:

1 - LA CRISI CONTINUATA IN AFGHANISTAN

Il numero di persone che necessitano di aiuto e protezione è passato da 6,3 milioni nel 2019 a 9,4 milioni quest'anno a causa della persistenza del conflitto. Dal 2012, circa 4 milioni di afgani sono stati sfollati e livelli di malnutrizione acuta (che hanno portato i bambini ad un passo dalla morte) sono al di sopra della soglia di emergenza in 25 province.

L'Afghanistan rimane uno dei paesi più pericolosi per gli operatori umanitari, con 41 morti, 65 feriti e 75 rapiti nel 2019. Le organizzazioni umanitarie hanno richiesto quest'anno 733 milioni di dollari per prendersi cura di 7 milioni di persone, ma finora hanno ricevuto il 5 percento.


2 - MALNUTRIZIONE E FAME A HAITI

Prima della pandemia nel paese, c'erano 4,6 milioni di persone - oltre il 40% della popolazione - che avevano bisogno di un aiuto urgente. La crisi politica ed economica che il paese sta attraversando nell'ultimo anno ha ridotto l'accesso al cibo per le famiglie più povere, mentre l'insicurezza prevalente ha impedito a molte ONG di offrire servizi e assistenza essenziali.

Attualmente, 4,6 milioni di haitiani si trovano ad affrontare l'insicurezza alimentare, rispetto ai 2,6 di un anno fa, mentre 1,2 milioni di loro si trovano in una situazione di emergenza. Inoltre, il 2,1 per cento dei bambini è gravemente malnutrito e la crisi ha indebolito i sistemi sanitari e scolastici già dissestati. 

3 - PIAGA DELLE LOCUSTE IN AFRICA ORIENTALE

L'infestazione di locuste che è arrivata nel Grande Corno d'Africa alcuni mesi fa non è scomparsa e nuovi sciami si stanno formando in Etiopia, Kenya e Somalia proprio mentre si avvicina il tempo del raccolto. Nei paesi colpiti, che includono anche la Tanzania, l'Uganda, il Sudan e il Sud Sudan, ci sono più di 25 milioni di persone gravemente a rischio dal punto di vista alimentare. 

Per frenare la diffusione, i governi con il sostegno della FAO stanno effettuando irrorazioni aeree e terrestri, ma l'impatto del coronavirus sta già influenzando la risposta, con problemi di trasferimento del personale e possibili ritardi nella fornitura di pesticidi.

4 - INSICUREZZA E CRISI ALIMENTARE NEL SAHEL CENTRALE

L'insicurezza che il Burkina Faso, il Mali e il Niger occidentale hanno registrato negli ultimi anni ha lasciato migliaia di morti e oltre un milione di sfollati. Questa regione era precedentemente particolarmente vulnerabile con alti tassi di povertà, insicurezza alimentare e malnutrizione.

La richiesta di $ 1,1 miliardi di fondi per coprire le esigenze umanitarie nella regione è stata finanziata solo al 10% e si teme che il coronavirus possa ora causare una nuova catastrofe, dato che questi paesi hanno sistemi di la salute tra i più fragili al mondo.

5 - CONFLITTO E MIGRAZIONE FORZATA NEL BACINO DEL LAGO CHAD

Il conflitto che si è scatenato una decina di anni fa nel nord-est della Nigeria e poi si è diffuso nel resto dei paesi bagnati dal lago Ciad (Camerun, Ciad e Niger) il gruppo terroristico Boko Haram - e poi anche la sua divisione, lo Stato islamico nell'Africa occidentale (ISWA ) - non solo non è diminuito, ma anzi è peggiorato negli ultimi mesi.

Più di 4 milioni di persone non sono in pericolo nella regione e 400.000 bambini sono a rischio di morte per malnutrizione acuta grave. In totale, ci sono più di 17 milioni di persone colpite dalla violenza e 10,7 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria.

6 - LA CRISI DI ROHINGYA IN BANGLADESH E BIRMANIA

Più di 855.000 rifugiati rohingya - tra cui circa 745.000 fuggiti dalla repressione in Birmania nel 2018 - vivono in campi affollati nella regione di Cox's Bazar in Bangladesh, dove il governo e le ONG si stanno sforzando di fornire servizi essenziali, nell'attesa che nelle prossime settimane arriveri il temuto monsone.

La richiesta di fondi per quest'anno è stata coperta solo al 13%. Oltre il confine in Birmania, la situazione per le comunità rohingya è altrettanto preoccupante. Circa 130.000 sono stati rinchiusi nei campi per quasi otto anni e coloro che vivono al di fuori degli stessi, sono in pericolo ed esposti ad ogni tipo di violenza.

7 - DIECI ANNI DI CONFLITTO IN SIRIA

Più di 11 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria e altri 5,6 milioni hanno cercato rifugio al di fuori del paese. L'escalation della violenza a Idlib (nord-ovest) ha lasciato 950.000 sfollati tra dicembre e l'inizio di marzo, molti dei quali vivono in campi sovraffollati senza rifornimenti essenziali.

A seguito dei 10 anni di conflitto, otto siriani su dieci vivono attualmente al di sotto della soglia di povertà e ricorrono a meccanismi di sopravvivenza estremi di fronte a scarse opportunità economiche. Inoltre, solo la metà degli ospedali pubblici e meno della metà dei centri di assistenza primaria sono operativi.

8 - YEMEN, LA CRISI UMANITARIA PIÙ GRANDE AL MONDO

Cinque anni di conflitto hanno lasciato l'80% della popolazione ( 24 milioni di persone) , bisognosa di assistenza o protezione e solo la metà delle strutture sanitarie è pienamente operativa.

Ogni mese, le agenzie umanitarie aiutano più di 13 milioni di yemeniti, ma se non verranno ricevuti fondi immediati, nelle prossime settimane dovranno chiudere più di 30 programmi critici delle Nazioni Unite. La mancanza di fondi potrebbe anche ridurre di un terzo i programmi di acqua e servizi igienico-sanitari, mettendo a rischio 5 milioni di yemeniti per il colera o altre malattie in coincidenza con la minaccia Covid-19.


9 - DECENNI DI CRISI NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Il conflitto e la violenza tra comunità, aggiunti alla povertà endemica, alla cattiva governance, alla mancanza di servizi essenziali e alle scarse infrastrutture sanitarie, fanno sì che il Paese abbia 15,6 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria per sopravvivere.

La RDC ha anche un'alta prevalenza di malnutrizione e insicurezza alimentare, a cui si aggiungono morbillo e colera e un focolaio di Ebola che è attivo da quasi due anni. Dei $ 1,8 miliardi richiesti per assistere 8 milioni di persone, solo l'8% è stato ricevuto.

10 - CRISI ECONOMICA E ALIMENTARE NEL SUD DELL'AFRICA

In questa parte del continente ci sono 15,6 milioni di persone che vivono nell'insicurezza alimentare e 16,5 milioni di persone con HIV. Particolare preoccupante è la situazione in Zimbabwe, Mozambico, Zambia e Lesotho, dove gli effetti del cambiamento climatico si uniscono a scarse infrastrutture e una recessione economica.

Solo nello Zimbabwe ci sono 7 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti d'emergenza, mentre in Mozambico,  la zona sud sta affrontando la siccità mentre la zona nord si sta ancora riprendendo dalle devastazioni dei due cicloni che hanno colpito il paese nel 2019 e fa frote all'incipiente violenza jihadista. In entrambi i paesi, le richieste di fondi sono evase in maniera appena sufficiente.

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Donne che plasmano l'arte indigena sulle mascherine che frenano il contagio da COVID-19 in Perù.

Gaudencia Yupari Quispe De Sarhua e un'artista tessile che con la sua creatività ha cambiato l'immagine comune delle mascherine decorandole con i motivi della "pollera sarhuina"*


L'uso delle mascherine è diventato una necessità quotidiana in Perù a causa della pandemia di coronavirus. In mezzo a questa situazione, ci sono persone che hanno cercato di innovare questi presidi medici creando delle vere e proprie opere d'arte. È il caso di Gaudencia Yupari Quispe De Sarhua, un'artista tessile di Ayacucho (Perù) che, insieme a sua figlia, ha disegnato delle mascherine con i motivi di una gonna Sarhuina, un bellissimo capo di abbibliamento caratterizzato dall'unione di trame, fili e colori.

Gaudencia Yupari ha pubblicato alcune foto attraverso il suo profilo Facebook, dove mostra il suo design colorato e unico, questa volta adattato su mascherine di stoffa per la protezione sanitaria contro il coronavirus. “L'adattamento della meraviglia dell'arte tessile ha permesso di disegnare la gonna Sarhuina in maschera. L'arte di fronte alle circostanze ci dà il modo di continuare a creare ... #Reusable, #Mask, #Resilence ", si puó leggere nella pubblicazione.


Allo stesso modo, Gaudencia ha annunciato che stanno arrivando altri modelli e che saranno in vendita per tutti coloro che sono interessati. La pubblicazione è diventata virale e migliaia di utenti hanno richiesto informazioni per acquistare queste nuove mascherine artistiche.

Da parte sua e sullo stesso social network, anche Violeta Quispe Yupari De Sarhua, parente di Gaudencia, ha mostrato il suo design aggiungendo. "Oggi siamo costretti ad andare strada senza poter mostrare il nostro sorriso, chiuso dietro una mascherina per colpa del coronacirus. Il distanziamento sociale ci ha portato a dover  usare qualcosa di così semplice e di vitale importanza. Un modo per portare ottimismo è indossare l'arte sul viso ”, dice.

Potete consultare l'articolo originale in spagnolo su Trome.pe a questo link: 


*Pollera è il termine usato per indicare la gonna esterna del vestito in America Latina, dove è usato come parte dei costumi popolari in vari paesi. Le gonne sono realizzate con materiali diversi come cotone o lana e di solito hanno decorazioni colorate in diverse tecniche, comunemente ricami e pizzi con vari disegni.

L'uso della parola pollera come indumento deriva dalle griglie e dai bastoncini usati per mantenere le forme dell'abito spagnolo del sedicesimo o diciassettesimo secolo, che era caratterizzato da un supporto che emulava il recinto per l'allevamento dei polli . A causa del suo significato etimologico, l'uso del termine non sarebbe corretto, ma è ampiamente usato America Latina

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Diario di bordo: riflessioni di un’ennesima domenica di quarantena

Questo virus porterà alla fine del mondo si sente ripetere da chi con allarmismo e paura immagina scenari di apocalisse postmoderna. Ma di fine del mondo o di fine dell’Occidente si nutre la nostra immaginazione? Si perché il Mondo è un luogo assai complesso, e nel medesimo convivono stili di vita, di consumo, religioni, e culture che a volte sono lontane anni luce le une dalle altre. “Ora parlate di crisi mondiale, di fine del mondo solo perché a morire sono i bianchi occidentali”, cosi mi diceva tra il serio ed il faceto, un caro amico burkinabè qualche settimana orsono.  Certo che noi, dall’alto delle nostre vite privilegiate nel Nord politico del Mondo, mai ci saremo aspettati di dover vivere una crisi di queste proporzioni e con queste conseguenze. Noi, l’Occidente civilizzato, industrializzato, tecnologico, proiettato verso il futuro… Noi che nella nostra quarantena ci preoccupiamo di come faremo per smaltire i kg di troppo accumulati mentre mangiamo per noia di fronte alle serie di Netflix, quando ad altre latitudini, i “non Occidentali” si preoccupano di come poter mettere insieme il pranzo con la cena se obbligati alla quarantena. E se questo fosse un nuovo” fine della Storia”, parafrasando il famoso libro di Fukuyama. Se a finire non fosse il Mondo ma la nostra idea di Mondo? La nostra idea di libertà, di movimento, di futuro, di vita. Se il virus spazzasse via in un solo colpo il privilegio di avere un passaporto che ti permette di viaggiare dovunque, di studiare dove più ci piace, di fare turismo dove e quando vogliamo, di mangiare frutta e verdura fuori stagione, di avere tutto subito… Allora questa pandemia apparirebbe come un equalizzatore di Mondi… D’improvviso stiamo sperimentando (temporaneamente) la vita quotidiana di centinaia di milioni di persone che convivono con noi su questo Pianeta ma le cui aspettative di futuro sono ben diverse dalle nostre. D’improvviso l’incertezza sul lavoro, sulla capacità del nostro Paese di far fronte alla crisi, sulla capacità del nostro sistema sanitario di resistere, sull’approvvigionamento di cibo, di medicine, sulla possibilità di iniziare o continuare o studiare. D’improvviso i privilegi dell’Occidente sono sospesi, d’improvviso il Mondo che ci circonda da sempre, ma che mai era penetrato nelle nostre esistenze, si palesa di fronte a noi in tutta la sua crudezza. E allora in questa quarantena lo sforzo non sarà solo quello di restare umani, ma anche quello di sapere e imparare a riconoscere l’umanità dall’altro, di colui che in questo spazio sospeso vive tutto il libro della sua Vita e non solo una parentesi di un piccolo paragrafo a pag.100.



Vi abbraccio
Diego

Il terzo settore in prima linea: FUNDRAISER per gli ospedali in emergenza COVID-19.

I professionisti del Fundraising scendono in campo per ottimizzare le campagne di raccolta fondi destinate agli ospedali che affrontano l'emergenza Covid-19. Questa la brillante idea di Job4good, il motore di ricerca del lavoro nel Terzo settore in Italia. 


Restare a casa è sicuramente uno degli sforzi più importanti che ognungo di noi sta producendo in queste lunghe e incerte settimane di emergenza sanitaria. Le modalità nelle quali stiamo affrontando questa sfida sono molteplici ma un filo comune è sicuramente rappresentato  dalle manifestazioni di solidarietà ( condominiali, di quartiere, cittadine, nazionali) che ci ricordano quanto sia forte il nostro senso di fratellanza e comunità. 

Una solidarietà che si riversa e focalizza in modo particolare sugli operatori sanitari e sulle strutture ospedaliere che rappresetano il fulcro di questa sfida. Molte sono state infatti le raccolte fondi lanciate su diverse piattaforme online in queste settimane per dare un contributo economico ed un aiuto concreto all'acquisto di macchinari ospedalieri di prima necessità. 

Però ci sono delle questioni tecniche da considerare quando si lancia una raccolta fondi. Non è infatti sufficiente avere buona volontà e un pubblico al quale rivolgersi. Tra le altre cose, è necessario stabilire un accordo previo con la struttura (ospedale in questo caso) che sarà destinataria dei fondi, avviare un iter burocratico (facilitato ora dal decreto "Cura Italia") e assicurarsi che i fondi coprano delle reali necessità. 

Per rispondere a questa sfida nella sfida, i fondatori di Job4good, Diego Maria Ierna e Luca di Francesco, insieme ad altri professionisti italiani della raccolta fondi,  hanno lanciato (con il patrocinio di Assif), la campagna FUNDRAISER  per gli ospedali in emergenza  COVID-19. 




Sono migliaia le campagne destinate agli enti ospedalieri attivate sulle diverse piattaforme di crowdfounding, ma poche le realtà pubbliche ad avere consapevolezza delle corrette dinamiche della raccolta fondi. Il rischio è che molte delle donazioni non raggiungano il beneficiario finale e che, a causa di problemi di accreditamento e riscossione, i fondi vengano restituiti ai donatori vanificando gli sforzi fatti.  

Si legge dalla pagina del sito web di Job4Good dedicata alla campagna, e ancora: 

Abbiamo creato un gruppo di lavoro costituito da professionisti del settore della raccolta fondi in Italia, con il patrocinio di Assif (Associazione Italiana Fundraiser). Un servizio di consulenza pro-bono legato all’Emergenza Coronavirus a sostegno diretto degli ospedali. Se rappresenti un ospedale, e hai bisogno di aiuto per le tue azioni di raccolta fondi, contattaci subito. Contattaci anche se sei un privato ed hai lanciato una campagna a favore degli ospedali ma stai riscontrando dei problemi. Professionisti del fundraising sono a disposizione, in forma assolutamente gratuita, per supportarti.

Il progetto dunque funziona in ambo i sensi. Le strutture ospedaliere possono contattare Job4good per richiedere assistenza e consulenza per la ricezione dei fondi delle campagne o per iniziarne di nuove, mentre  i privati possono contattare con questa squadra di professonisti/e del fundraising per capire come meglio attivare la loro solidarietà.

Se sei un ospedale alle prese con una campagna  di crowdfunding o un promotore di esse, non esitare ad approfittare dell'assistenza di questi esperti. Vai su www.job4good.it


Facciamo girare questa importane iniziativa! Share it!








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Dall'Iran, una bella storia di resilienza e solidarietà ai tempi del Covid-19

Un'infermiere rifugiato in Iran lavora in prima linea contro il coronavirus. Dopo aver conseguito una laurea in infermieristica grazie a una borsa di studio dell'UNHCR, l'infermiere iracheno Moheyman sta lavorando instancabilmente per aiutare gli iraniani e altri rifugiati, nell'attuale crisi del COVID-19.

Moheyman, un rifugiato iracheno, lavora come infermiere
 all'ospedale Taleghani di Abadan, in Iran.
© ACNUR / Hassam Dezfouli

Medici e infermieri, muniti di maschere chirurgiche e guanti,  entrano ed escono dalle stanze d'ospedale, lavorando 24 ore su 24 per valutare e monitorare  i sintomi di pazienti ansiosi che riempiono tutti gli spazi disponibili nei corridoi del Taleghani di Abadan. Moheyman Alkhatavi, 24 anni, usa un lungo tampone con punta di cotone per raccogliere campioni di cellule del naso di un fragile signore anziano. 

"Quando amministro il test COVID-19, prego e spero che risulti negativo", racconta, parlando all'inizio di un turno notturno di 12 ore.

"La parte più difficile del mio lavoro è informare le famiglie che i loro cari potrebbero non arrivare alla fine della settimana".

Moheyman è un rifugiato iracheno che lavora come infermiere nell'Ospedale Taleghani di Abadan, una città del Khuzestan, la provincia più meridionale della Repubblica islamica dell'Iran.

Da quando il primo caso confermato di coronavirus è stato segnalato in Iran nella seconda metà di febbraio, l'infezione si è diffusa a "rotta di collo" nelle 31 province del paese. Riflettendo ciò che sta accadendo ora in tutto il mondo, il numero di persone infette è aumentato drasticamente di settimana in settimana e lo stock di medicinali del paese e la disponibilità di attrezzature mediche sono limitati.

Moheyman fa parte di un team di infermieri che lavorano instancabilmente, a rotazione, per monitorare circa 50 nuovi pazienti ricoverati settimanalmente nell'unità di quarantena dell'ospedale che attendono i risultati dei test. Controlla costantemente la respirazione dei pazienti e altri sintomi, facendo del suo meglio per garantire a tutti i farmaci necessari ad alleviare il dolore.

“Tutti abbiamo paura, ma scelgo anche di avere speranza. Ogni giorno inizio il mio turno sperando che siano disponibili tutti i dispositivi di protezione individuale richiesti, ma metto al primo posto i miei pazienti ", dice. "Abbiamo avuto due pazienti che sono risultati positivi ma che sono guariti. Questo è un piccolo raggio di luce in un momento così stressante. "

In una stanza di isolamento, Moheyman si prende cura dei pazienti
sospettati di aver contratto COVID-19. © ACNUR

Ci sono quasi un milione di rifugiati in Iran, principalmente dall'Afghanistan e dall'Iraq. Dall'inizio della pandemia, il governo iraniano ha fatto tutto il possibile per garantire che tutti i rifugiati abbiano accesso agli stessi servizi sanitari degli iraniani, in modo che siano pienamente inclusi nella risposta nazionale a COVID-19 .

Con oltre l'80% della popolazione mondiale di rifugiati che vive in paesi a basso e medio reddito, molti dei quali hanno sistemi sanitari più deboli, l'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, sta dando la priorità alle misure per prevenire possibili focolai che eserciterebbero una pressione straordinaria sui già fragili servizi sanitari locali.

Moheyman è nato ad Ahwaz, in Iran, dopo che suo padre è fuggito dalla città di Ammareh, nella provincia di Maysan, nell'Iraq sud-orientale, circa quarant'anni fa, a causa dell'insicurezza generalizzata. Dopo aver terminato il liceo, è stata in grado di ottenere una laurea in infermieristica attraverso il programma di borse di studio DAFI dell'UNHCR, finanziato principalmente dal governo tedesco.

Moheyman afferma di essere orgoglioso di essere in grado di aiutare sia le persone nella comunità ospitante che altri rifugiati durante quest'emergenza sanitaria pubblica che ha colpito il Paese.

"Ricordo che le persone mi dicevano che come rifugiato, non avrei dovuto sognare di andare all'università e che avrei dovuto concentrarmi sull'apprendimento di un mestiere più semplice", dice. "Ma io volevo fare la differenza nella vita delle persone."

Attraverso varie altre iniziative, i rifugiati in tutto il paese si stanno unendo alla lotta contro COVID-19, ad esempio cucendo maschere e abiti da ospedale.

Questa `una traduzione di parte di un articolo in spagnolo. Articolo completo con altri dati sull'emergenza in Iran su ACNUR ESPAÑA

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