L'Albania dà lezioni di SOLIDARIETÀ ai grandi d'Europa: "Non siamo ricchi, ma neanche privi di memoria"

Questo è il discorso pronunciato dal primo ministro albanese Edi Rama prima della partenza della missione di aiuto umanitario che ha portato 30 sanitari (tra medici e infermieri) albanesi in Italia per combattere il Covid-19.

Edi Rama


Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che 30 medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca, partano oggi per linea del fuoco in Italia. 

So che 30 medici e infermieri non rivertiranno il rapporto tra la forza micidiale del nemico invisibile e le forze in tenuta bianca che lo stanno combattendo nella linea del fuoco da quella parte del mare. 

Ma so anche che laggiù, ormai è casa nostra. Da quando l'Italia, le nostre sorelle e fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l'Albania bruciava in preda a dolori immensi. 

Noi stiamo combattendo lo stesso nemico invisibile e le risorse umane e logistiche della nostra guerra non sono illimitate. Ma oggi non possiamo tenere queste forze in riserva in attesa che siano chiamate, mentre in Italia dove negli ospedali di guerra stanno curando anche cittadini albanesi feriti dal nemico, c'è un'enorme bisogno di aiuto. 

E' vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere e anche paesi ricchissimi hanno voltato le spalle agli altri... Ma forse proprio perchè noi non siamo ricchi ma neanche privi di memoria non possiamo permetterci di non dimostrare all'Italia che gli albanesi e l'Albania non abbandonano mai l'amico in difficoltà. 

Questa è una guerra che nessuno può vincere da solo e voi cari membri coraggiosi di questa missione per la Vita, state partendo per una guerra che è anche la nostra. 

E l'Italia deve vincere! 

E vincerà questa guerra anche per noi, per l'Europa e per il Mondo intero. 





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8 marzo: Adriana Guzmán, una voce dal femminismo indigeno boliviano


Adriana Guzmán


Adriana Guzmán appartiene al popolo indigeno Aymara della Bolivia. È un chiaro esempio di leadership femminile, di rivendicazione sociale e di lotta contro la discriminazione e la violenza intersezionale. Donna, indigena, lesbica: questi gli elementi la portano ad aver sperimentato l’oppressione colonialista ed etero patriarcale a più livelli. È utile ricordare  che si intende come intersezionalità (un termine coniato dall’avvocatessa Kimberlé Crenshaw negli anni ‘80) un approccio disegnato per esplorare e relazionare le diverse identità coesistenti (etnia, genere, orientamento sessuale, etc.) ai vincoli con  altrettanti sistemi di oppressione (Colonialismo, Etero - Patriarcato, Etnocentrismo, etc.).

Il femminismo proposto da Guzmán e dalle sue compagne viene definito come “Femminismo Comunitario”: una teoria sociale sviluppata a partire dal 2003, dalla lotta quotidiana contro il patriarcato. Secondo questa visione il patriarcato è il sistema di tutte le oppressioni, di tutte le discriminazioni, di tutte le violenze che vive l’umanità. Il patriarcato è dunque la matrice prima sulla quale tutti gli altri sistemi di oppressione si basano e si ispirano.  Il Femminismo Comunitario parte dalla memoria di 500 anni di resistenza delle popolazioni indigene ancestrali che hanno vissuto Abya Yala prima dell’arrivo dei conquistadores. Nel contesto boliviano questo si interseca alla lotta antisistema contro il neoliberalismo e il capitalismo. Da un lato il femminismo comunitario mira a contrastare lo stigma prodotto dalla parola femminista nelle comunità e dall’altro crea un’opposizione ad un femminismo monolitico imposto dall’Europa come via da seguire. Una rottura verso diversi esercizi di potere, multilivello e intersezionali. Un processo di profonda decolonizzazione, di rivendicazione di un contenuto nuovo per parole già esistenti ma che non potevano trovare giusta applicazione in questo contesto. Non solo apprendere un concetto di femminismo ma rielaborarlo per renderlo effettivo e aderente ad una nuova epistemologia. Riposizionare lo spazio della donna nel contesto sociale e politico boliviano è stato il motore di un processo che continua la sua traiettoria di decolonizzazione e di lotta contro i diversi sistemi di oppressione ancora vigenti. In questo senso Adriana Guzmán chiarisce molto bene la differenza di concetto tra Maschilismo e Patriarcato. Identifica come maschilismo una condotta mentre definisce il patriarcato come il sistema che genera oppressione e sfruttamento. L’obiettivo del collettivo è dunque quello di ri - concettualizzare il patriarcato per identificarlo chiaramente come il sistema matrice. Non come prodotto del capitalismo, come conseguenza della colonizzazione o come forma di razzismo ma come la base sulla quale tutto quanto enunciato in precedenza, si basa e si struttura. In definitiva, si tratta della radice prima di tutte le discriminazioni e tutta la violenza che vive l’umanità e la natura, costruito storicamente sullo sfruttamento del corpo delle donne. 

Secondo Guzmán, tutti i meccanismi di sfruttamento messi in atto dal capitalismo non sono altro che un’evoluzione e ripetizione dei meccanismi di sfruttamento attuati quotidianamente sulle donne.  Il lavoro non retribuito realizzato quotidianamente dalle donne nelle loro case crea una ricchezza che non rimane nella famiglia ma che riverbera a più livelli fino a nutrire la macchina capitalista e neoliberali sta nel suo nucleo.  In questo senso Guzmán denuncia anche l’esistenza di un femminismo razzista, colonialista ed eurocentrico. Un femminismo che rende invisibili le lotte indigene, un femminismo che si ispira a  Simone de Bouvoire e che allo stesso tempo consegna all’oblio le storie delle donne che hanno portato avanti la battaglia per i loro diritti fuori dai contesti bianchi e occidentali. Guzmán sottolinea in questo modo l’esistenza di più femminismi, approcci diversi, derivanti appunto da una intersezionalità che rende la situazione di ogni collettivo molto specifica e soggettiva. Le sue parole mettono a nudo una criticità che ha bisogno di essere affrontata per sanare le ferite e colmare le distanze tra movimenti che hanno avuto diversi punti di partenza. Adriana ha affermato in più occasioni che “per alcune femministe, le donne indigene servono per pulire le loro case, per fare da baby sitter ai loro figli, mentre loro si occupano di costruire teorie femministe” accusando che le elaborazioni femministe sviluppate in Europa “si sostengono sulle nostre sorelle… l’economia femminista è in realtà è un’altra faccia dell’economia dello sfruttamento.”

La lotta di Adriana Guzmán, come femminista, donna, indigena e lesbica è una lotta di re-significazione di spazi e concetti. Una lotta di riflessione, di rottura con una epistemologia del Nord politico del Mondo, una lotta che può aiutare tutti e tutte a ripensare in modo realmente interculturale, egualitario e inclusivo al futuro delle nostre società.

Intervista ad Adriana Guzmán e Julieta Paredes, due attiviste che personificano la lotta delle donne boliviane contro il patriarcato, una lotta realizzata a partire dalle comunità. 


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